Hello Kitty! Orientalismo e appropriazione culturale

Eccellente articolo!
Le giapponesi viste da Avril Lavigne.
Le rappresentazioni che diamo degli ‘altri’ rivela molto di noi stessi.

“L’occidente è la norma, l’oriente è l’altro, da definire sempre rispetto alla norma.
L’orientalismo consiste nel ridurre le culture “altre” a pochi caratteri che vengono considerati unici ed essenziali di quella cultura”

Ex UAGDC

Ultimamente anche in Italia, seppur timidamente e seppur grazie alle performance di Miley Cyrus, si inizia a parlare di appropriazione culturale.
Per appropriazione culturale si intende l’assimilazione, attraverso stereotipi, letture colonialiste e inferiorizzanti, di culture considerate altre rispetto a quella occidentale.
L’appropriazione estetico-culturale è usata a fini di marketing perchè permette  di dare un tocco “etnico” o di presentare un’alternativa rispetto alla cultura bianca mainstream. Usatissima nella moda, ispirazioni tribali, profumi d’Oriente, cappelli piumati stile Navaho e tanto altro ancora.
Dal mercato del fashion si arriva a quello della musica, un esempio è il video di Lily Allen, di cui avevo parlato in questo post, in cui le ballerine nere vengono usate come esotici oggetti di scena puntando all’ipersessualizzazione dei loro corpi  assecondando lo stereotipo razzista che vuole le donne nere tutte sessualmente spregiudicate.

Razzismo e appropriazione estetico-culturale sono le accuse mosse al video del nuovo singolo di Avril Lavigne

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4 commenti

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4 risposte a “Hello Kitty! Orientalismo e appropriazione culturale

  1. G.G.

    Trovo che l’articolo soffra dello stesso male che cerca di denunciare perche’ e’ carico di pregiudizi. Un pregiudizio riguarda il preteso occidentalismo, come se, invece, non fosse proprio di ogni cultura, nessuna esclusa, fare quello che nell’articolo viene stigmatizzato con il nome di appropriazione culturale. Forse, l’autrice ignora che il Giappone, visto con gli occhi di un giapponese, e’ il centro del mondo e il modo in cui spesso i giapponesi raffigurano le altre culture e’ stereotipato e riduttivo. Questo, ribadisco, non e’ un problema solo europeo o americano o giapponese: e’ un problema comune a tutte le culture (ragion per cui e’ ridicolo far passare l’occidente come impero del male e l’oriente come vittima). Il secondo pregiudizio riguarda la pretesa “cultura giapponese”, come se essa fosse solo ikebana, ukiyoe, haiku e non fosse, invece, anche “kawaii”, movimento estetico che ha (purtroppo) soppiantato i concetti di bello e sublime per sostituirli con il “carino”. Secondo me, chi ha scritto l’articolo, non solo non legge e scrive la lingua giapponese ma non e’ nemmeno cosi’ addentro alla cultura giapponese contemporanea. Ecco le mie motivazioni. La Lavigne ha numerosi fan in Giappone (molto piu’ che in Italia, ad esempio) e non mi risulta che in Giappone il video sia stato criticato dai giapponesi in termini di razzismo. Se l’autrice e’ a conoscenza del contrario, che citi le fonti (e, mi dispiace, l’opinione di una nippo-americana vale come il due di picche, quella non e’ giapponese e probabilmente ha le idee confuse sulla cultura della madre patria). Punto secondo: Il video e’ oggettivamente brutto e la canzone orrenda ma, non molto diversa – come stile – da una canzone pop asiatica. L’autrice conosce i video di Kyary Pamyu Pamyu, per esempio “Candy”? Anche li’ la cantante giapponese, vestita in modo discutibile, danza con 4 ballerine “spersonalizzate” e canta alcune parti con un orrendo inglese (fuoriluogo?). Ebbene, Kyary Pamyu Pamyu (che personalmente trovo vomitevole) rappresenta il kawaii giapponese in Giappone ma anche all’estero (e’ acclamatissima in Francia). Vogliamo parlare del korean pop con le Kara? O restiamo in Giappone con i video delle Akb48 o della piu’ recenti Egirls? L’autrice dell’articolo ha mai visto il video di “gomennasai no kissing you” (anche qui canzone orrenda, parole in inglese miste al giapponese, ballerine a frotte e spersonalizzate). E si potrebbe continuare ma mi fermo qui. Allora, secondo me, l’autrice dell’articolo farebbe bene ad avere il coraggio (ma ci vuole anche competenza in “estetica”) di criticare il movimento kawaii tout-court, in questo modo criticando un’altra cultura (chissa’ se ha mai letto la Nussbaum) altrimenti il rischio e’ di fare come Derrida con la Cina (palesando solo la propria “posizione priva di serietà e di evidenza scientifica”).
    Allego link utili
    1) libro sul kawaii http://www.amazon.it/Our-Aesthetic-Categories-Zany-Interesting/dp/0674046587/ref=sr_1_3?s=english-books&ie=UTF8&qid=1399102779&sr=1-3&keywords=zany
    2) video di “Candy” https://www.youtube.com/watch?v=UoK8DaJRDaM
    3) video di “gomennasai no kissing you” https://www.youtube.com/watch?v=Ok-4jI24m8g
    E mi permetto di dare un consiglio: meglio non scrivere di cose che non si conoscono bene. Gli errori normativi» (normative vices) sciovinismo, arcadianesimo e scetticismo sono sempre in agguato…..

  2. Caterina

    Grazie del commento!
    Credo che le sue osservazioni siano molto giuste e interessanti.
    Ordinerò senz’altro il libro che non conoscevo.
    My two cent:
    Tutta la questione della nihonjin-ron mostra come i giapponesi tendano non solo a vedersi come unici ma ancora e sempre come IL paese dei kami. E’ cosa nota a chiunque abbia anche solo un minimo di famigliarità (è il mio caso) con i media giapponesi.
    E’ altresì vero che il fenomeno kawaii è diffusissimo in Giappone, Korea del Sud, Taiwan, etc al punto che ormai anche in Europa e negli USA ne è arrivato l’eco e ci si è appropriati di tale immaginario. Questo però non autorizza a identificare il Giappone solo con il kawaii (o solo con i salaryman o le marinarette). Inoltre l’articolo propone altri video in cui donne di varie culture/etnie vengono usate come carta da parati. Ed è questo esotismo spiccio nell’uso della donna come soprammobile che viene sottolineato. Il fatto che in Giappone la comunicazione di genere sia ancora più “deprecabile” in un’ottica di femminismo anglosassone o che il kawaii sia davvero una cultura è interessante ma poco centrato con i temi del blog http://comunicazionedigenere.wordpress.com. Che ovviamente è di parte. E ha un pubblico esclusivamente italiano che non ha accesso ai video delle AKB48. Per ora.

  3. G.G.

    Grazie per la replica, soprattutto perche’ e’ stata molto civile (e gentile), sicuramente molto di piu’ di quanto lo sia stato il mio intervento (per i cui toni mi scuso). Replico a mia volta. Ovviamente non si puo’ identificare il Giappone unicamente con il kawaii ma non vi e’ dubbio che a ben pochi giapponesi disturba veramente il fatto di esservi associati, se non altro perche’ alla persona della strada, il jingle di Heavy Rotation e’ molto piu’ familiare del suono delle parole di un qualsiasi haiku di Basho cosi’ come i disegni di Yoshitomo Nara sono molto piu’ familiari degli Hokusai, Hiroshige, Utamaro di turno. Quello che io contestavo, quindi, era proprio quella che secondo me e’ una forzatura: il video della Lavigne non c’entra proprio nulla con gli altri video proposti. La Lavigne (la cui pronuncia giapponese, per inciso, e’ standard – per gli standard americani ovviamente: ….avete mai sentito un americano parlare in giapponese?) si e’ limitata a fare un video orrendo ma “alla giapponese”. La canzone fa schifo ma il video, come ho scritto, e’ molto simile a tanti, tantissimi videoclip giapponesi. A meno che non si voglia sostenere che se una giapponese fa un brutto video kawaii, va bene (perche’ in definitiva e’ la sua cultura) ma se una “non giapponese” fa un video in stile kawaii, allora e’ sempre, per forza, una caricatura, un giocare con gli stereotipi e via dicendo. Io credo che anche i non giapponesi abbiano il diritto di fare orrendi video kawaii🙂 Per quanto riguarda tutto il discorso che attiene piu’ strettamente al genere (posto che, secondo me, nel caso della Lavigne non c’e’ alcuna appropriazione culturale), io sono contrario ad individuare discriminazioni di genere aventi ad oggetto solo donne. Chi fa critica di genere, dovrebbe sottolineare a) anche quando gli uomini vengono rappresentati solo come oggetti sessuali o semplicemente oggetti b) quando sono le stesse donne (o gli stessi uomini) a rappresentarsi come carta da parati o soprammobili oppure in maniera esotica (perche’ magari non le/gli dispiace) . Per quanto mi riguarda, sono contrario a facili dicotomismi (nero buono-bianco razzista, americano imperialista-orientale “buon selvaggio”, uomo carnefice-donna vittima, etc, etc, etc) quindi quando parlo di discriminazioni, non faccio discorsi di genere (ma semplicemente dico che un essere umano ha prevaricato un altro essere umano). Ovviamente chi la pensa diversamente, e’ liberissimo di farlo ma allora per onesta’ intellettuale dovrebbe anche segnalare quando sono donne ad essere “maschiliste” (o a fare discriminazioni di genere) verso uomini o altre donne. Termino citando altri dati sul Giappone: e’ un paese dove di solito gli uomini stanno con gli uomini e le donne stanno con le donne. E’ un paese dove l’industria del porno non e’ mai in crisi. E’ un paese dove gli uomini pagano per parlare con donne belle. E’ un paese dove tante donne hanno interesse a sposarsi solo per avere un figlio. Fatto il figlio, il marito sparisce. E’ un paese dove tante coppie non dormono nello stesso letto. E’ un paese dove l’essere fashion e’ importante di per se’ (perche’ l’apparire conta piu’ dell’essere) e non per piacere ad un eventuale partner. E’ un paese dove sono le stesse donne a volersi rappresentare in modo kawaii (e a detta dei miei amici giapponesi un motivo e’ che se fosse consentito agli uomini rappresentare le donne come realmente le vedono (goblin senza cuore?), molte descrizioni sarebbero “politically scorrect “….)

  4. Caterina

    non ha nulla di cui scusarsi.
    io sono più ferrata sul giappone che sul femminismo.
    di base credo che oggi i discorsi di genere partano soprattutto da evidenze di auto-percezione. Gli uomini sono afflitti senz’altro da stereotipi (in parte gli strascichi del patriarcato in parte i valori moderni dell’uomo fatto da sè) ma non si auto-percepiscono come svantaggiati o estromessi (semmai stressati e sotto pressione). Le donne invece sì e spesso faticano a non sentirsi “minoranza etnica”. Gli studi di genere si focalizzano su questo disagio come la medicina si focalizza più sui malati che sui sani (anche se negli ultimi decenni c’è stato il boom della prevenzione).
    Ma di base condivido che si potrebbe essere attenti alla comunicazione a prescindere dai generi e con attenzione a discriminazioni gravi (non m ipiace quando si cerca morbosamente l’errore di raffigurazione).
    Quello che racconta del giappone è invece sacrosanto. Si potrebbero aggiungere i matrimoni combinati, le ragazzine che si vendono per una borsa di prada, i registri famigliari e molte altre cose. Sono fenomeni riscontrabili anche nei libri, nei film, nei dorama, nei manga.
    Spesso dico che a me il Giappone piace ma non ci andrei a vivere (in quanto donna e straniera).
    Ciò nonostante credo che questi fenomeni sociali vadano compresi alla luce di una più ampia visione della cultura giapponese e della consapevolezza che ci sono varie realtà. Dire che il Giappone è troppo maschilista è come dire che gli italiani sono troppo mammoni. O dire che loro hanno dei bravi ingegneri ma nessun violinista virtuoso (questo mi è capitato). Sono stereotipi e vanno benissimo ma nascono parziali e monchi. Anche perchè cambiamo.

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