La donna e l’ombra

Un’estratto dai capitoli 12 e 14 del “Libro d’ombra” di Jun’ichirō Tanizaki in cui si parla della donna, dell’ombra e di molto altro:

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Il bunraku è una forma di teatro dei burattini risalente al 1684 a Osaka. I burattini del bunraku vengono animati da tre persone. La magia del teatro bunraku è che i burattini prendono letteralmente vita sotto gli occhi dello spettatore che viene ammagliato dall’espressività dei burattini. Le persone che creano i movimenti diventano vere ombre.
Potete trovare un ottimo filmato qui:
http://youtu.be/QNG-qh40Tl0

Come ben si sa, le bambole del teatro bunraku non hanno di donna che la testa e le mani. Il tronco, le gambe e i piedi sono snodi nascosti dal lungo kimono sotto il quale lavorano le dita del burattinaio. Trovo in quest’artificio un’eco di realtà: ai vecchi tempi solo le parti che sporgevano dall’imboccatura delle maniche e dal girocollo attestavano la presenza femminile; il resto era annegato nell’ombra. Raramente le donne dei ceti alto e medio uscivano di casa; per la maggior parte della vita restavano chiuse e come sepolte nel segreto di grandi dimore ombrose; quando uscivano si rannicchiavano in fondo ai palanchini. Erano visi, visi e nient’altro. Portavano vestiti sobri mentre quelli maschili sgargiavano. Colori indescrivibilmente spenti fasciavano mogli e figlie dei borghesi. L’abito non era che una transazione fra la persona e la tenebra circostante. Per rendere completo il fondo buio sul quale la pelle del viso doveva spiccare luminosamente era stata introdotta l’usanza di annerire i denti.[…]

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Utamaro Kitagawa – Women gathering for tooth blackening ceremony (ca.1803)

Lo ohaguro (お歯黒) è una pratica antica. Sono state ritrovate haniwa e denti del periodo Kofun che mostrano l’annerimento. Anche nel Genji Monogatari se ne parla. Nel periodo Edo solo gli uomini della famiglia imperiale e gli aristocratici si annerivano i denti. A causa dell’odore e della fatica del processo così come da una sensazione tra le giovani donne che stavano invecchiando, l’ohaguro era praticato solo dalle donne sposate o dalle nubili maggiori di 18 anni e dalle geisha. La pratica di annerire quando una sposa entra per la prima volta nella casa del marito o, per le prostitute prima del primo cliente. Alla fine l’usanza cominciò a passare di moda anche a seguito di un’apparizione dell’ìimperatrice con i denti bianchi avvenuta nel 1873.

Di mia madre ricordo il volto, le mani, i piedi ma niente del resto del corpo. Pensando a lei mi torna in mente la statua di kannon nel tempio di chugu-ji. Le mammelle hanno lo spessore di una cartilagine su una tavoletta piallata, rigidi e perpendicolari ventre e schiena non presentano tondezza alcuna; solo i fianchi sono segnati da un leggero incurvarsi. Di una magrezza tremenda senza proporzione con il viso e con gli arti quel torso femminile senza ispessimenti ha più forma di bastone che di corpo umano. Così doveva essere, nuda e in antico, la donna giapponese.

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statua lignea di Miroku Bosatsu al tempio Chugu-ji risale al periodo Asuka 538 to 710 (o 592-645).

Simili stecchite beltà esistono ancora non solo fra le geishe ma anche nelle famiglie fedeli alla tradizione. Quando ne vedo una subito penso alle marionette bunraku. Come i bastoncini delle marionette, imbottiti d’ovatta e imprigionati in una sfoglia di tessuti anche il corpo di queste donne è soltanto una gruccia a cui appendere abiti.

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Fonte: http://www.jnto.go.jp/eng/indepth/cultural/experience/z.html
Il burattino femminile solitamente non ha piedi e la camminata è suggerita dai sinuosi movimenti dell’orlo del costume.

Tolti gli abiti un supporto corporeo così ridicolmente sparuto può scoraggiare. Esso doveva tuttavia corrispondere alle esigenze dei nostri avi. Donne che abitavano nell’ombra non avevano bisogno di possedere un corpo: bastava loro un viso bianco che si abbeverasse a una scarsa luce. Chi ama la bellezza sportiva delle donne di oggi difficilmente potrà capire la malia che si sprigionava dalle fantomatiche donne recluse del vecchio Giappone. Chiamerà la loro una beltà ingannevole e fallace. Tuttavia (come certamente devo già aver detto) piacciono a noi Orientali i sortilegi che traggono il loro potere solo dai giochi d’ombra.

Raccogliete sterpi e

legateli.

Una capanna

Scioglieteli

Lo sterpaio di prima.

Queste parole esprimono bene il nostro modo di pensare: non nella cosa in sé, ma nei gradi d’ombra e nei prodotti del chiaroscuro risiede la beltà.

La perla fosforescente nei luoghi bui smarrisce alla luce del sole gran parte del suo fascino. Non v’è bellezza in lei fuorché quella creata dai contrasti di luce e ombra. Come i legni laccati di nero con disegni di polvere d’oro, o gli oggetti intarsiati in madreperla, la donna era per i nostri avi un ornamento dell’oscurità. Per questo la affogavano nell’ombra, la avvolgevano in lunghi kimono lasciavano che solo piccoli lembi di carne viva pendessero o emergessero da svasature o imboccature profonde.

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I kimono dell’era Heian sono i più ampi, stratificati e complessi. Soprattutto quelli femminili sembrano concepiti per stare seduti e la figura risulta come affondata nella stoffa. Di sicuro le dame di corte non si avventuravano quasi mai fuori dalle stanze.
In seguito invece il kimono divenne famoso proprio per la forma rettangolare e priva di sinuosità che dava al torso e ai fianchi.

E’ possibile che svelato il corpo piatto e disarmonico di una giapponese sarebbe apparso privo di grazia vicino a quello di un’Occidentale; ma ciò che non si vede presto si oblia, e quasi non ha esistenza. Chi vuole toccare con mano la beltà è condannato a dissolverla e a rovinarla. Non diversamente annichilirebbe il toko no ma di una stanza da tè chi per vederlo meglio lo illuminasse con una lampadina elettrica.

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tokonoma (床の間) non illuminato. Il tokonoma è una nicchia all’interno di una stanza in stile giapponese. All’interno della nicchia trovano posto solitamente una pergamena emakimono, e altri ornamenti come ikebana o bonsai. E’ uno spazio sacro, dedicato alla meditazione e riservato ai membri della casa.

14

Per prima cosa i nostri antichi ricavarono, nello spazio illuminato dalla luce solare, una chiusa nicchia d’ombra; posero poi al centro dell’ombra, l’essere più chiaro che conoscevano: la donna. Perché biasimarli? La chiarezza della pelle era, per loro, il sigillo della beltà femminile. Solo l’ombra poteva proteggerla e darle risalto.

Vari di colore, i capelli degli Occidentali spesso tendono al chiaro; con varia intensità, i nostri capelli sono ineluttabilmente neri. Possiamo considerare anche questo un invito che la natura rivolge, a noi in particolare, perché meditiamo su quelle leggi dell’ombra di cui i nostri avi furono fedeli, e forse inconsapevoli, osservanti.Non è forse attraverso i giochi, e i contrasti dell’ombra, che essi trasformarono i visi giallognoli delle loro donne in miracoli di suprema bianchezza? Un tempo le donne erano obbligate non solo ad annerirsi i denti (come già ho detto) ma anche a radere i sopraccigli; altro artificio che serviva ad accrescere il lucore e l’albedine dei visi.

Niente tuttavia, nel laboratorio della beltà femminile, mi incanta quanto il colore bluastro iridescente del rossetto all’antica. Nessuno ormai lo usa più – neppure le geisha di Gion, il quartiere di Kyōto più fedele alla tradizione. Del resto, il fascino esercitato da quella strana gradazione di rossetto, interamente scompare, se non è accompagnato non è accompagnato dal fluttuare nel buio, di un vacillante lume di candela. Deliberatamente, gli antichi giapponesi dipinsero le loro donne di quel colore bluastro, quasi volessero soffocare le buie vampe del sangue con incrostazioni di madreperla. Cosa può esserci di più bianco del volto di una fanciulla, i cui denti lucidi di nera lacca, lampeggino a ogni raro sorriso fra labbra blu scure, come fuochi fatui. Almeno nella mia immaginazione quel viso vince in bianchezza la più bianca fra le donne occidentali. In costoro la bianchezza è diafana, ovvia, banale; nella donna giapponese è misteriosa e disumana quietamente. Mi si potrebbe obiettare che un simile colorito non esiste nella realtà; che è un’illusione effimera, legata ai giochi della luce e dell’ombra. Che importa? A noi piace così. Non c’è dato di sperare in niente di più o di diverso.

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Gion Seitoku (1781 – 1829): Beauty.
rotolo decorativo
inchiostro, colore, gofun e mica su carta
Brooklyn Museum.

Vorrei qui accennare al colore dell’ombra che avvolgeva la bianchezza fantomatica delle antiche donne giapponesi. Qualche anno fa, in una casa di geisha del quartiere Shimabara di Kyōto, dove avevo accompagnato alcuni amici venuti da Tōkyō, vidi un buio di una densità senza pari. Ci trovavamo in un grande locale chiamato “Sala del pino”, che fu poi distrutto da un incendio. Là capii quanta differenza vi sia fra le tenebre di un vano spazioso e quelle di una stanza di dimensioni ridotte. Al mio ingresso mi aveva accolto una cameriera in età avanzata, dai sopraccigli rasati, dai denti tinti di nero; ginocchioni davanti a un alto paravento, stava sistemando un candeliere. Sul paravento che delimitava una superficie illuminata di circa due tatami incombeva dall’altissimo soffitto una massa d’oscurità spessa e uniforme, sulla quale l’incerto lume della candela rimbalzava come su un muro impenetrabile d’ombra. Avete mai visto, voi che mi leggete, una vera oscurità illuminata da una luce di candela?

[…]

Eppure le visibili tenebre dei grandi interni erano più conturbanti delle stesse tenebre esteriori; chi vi sostava, credeva di percepire minuscoli esseri fluttuare nell’aria; lemuri e spettri le prediligevano. Del resto non erano spettri anche le donne che vivevano là dietro tende pesanti, oltre porte scorrevoli, difese da più e più strati di paraventi? Le tenebre le abbracciavano con mille tentacoli d’ombra, si insinuavano nella scollatura e nelle imboccature delle maniche, passavano sotto l’orlo dei kimono, colmavano ogni vuoto e ogni interstizio. O forse non era così; forse erano le stesse donne come il ragno mostruoso della leggenda a secernere dalle dentature annerite le tenebre in cui vivevano.

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Jorōgumo (絡新?) è una donna ragno. illustrazione presente nel secondo volume del Gazu Hyakki Yagyō (La parata notturna illustrata dei Cento demoni – 1776) di Toriyama Sekien.
http://it.wikipedia.org/wiki/Gazu_Hyakki_Yagy%C5%8D#Lista_di_creature

"Takiyasha the Witch and the Skeleton Spectre" di Utagawa Kuniyoshi (1798-1861). La stampa rappresenta la principessa Takiyasha evocare un demone scheletro per spaventare Mitsukuni. Alla fine Tanizaki sembra suggerire che la donna può essere sia la luce che illumina e riscalda la casa, sia la strega che tesse nell'ombra i suoi sortilegi.

“Takiyasha the Witch and the Skeleton Spectre”
di Utagawa Kuniyoshi (1798-1861). La stampa rappresenta la principessa Takiyasha evocare un demone scheletro per spaventare Mitsukuni.
Tanizaki sembra suggerire che la donna può essere sia la luce che illumina e riscalda la casa, sia la figlia dell’ombra stessa che anima e comanda gli spiriti che in essa si annidano.

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