LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 6 di Alessandro Clementi

BUROGU: Occhi sull`Impero

E finalmente iniziamo a navigare a vista. Nel senso: finalmente ci avviciniamo a concetti che sono ormai patrimonio comune sul Giappone, talmente comune che li puoi vedere colare dalle labbra di persone che di Giappone hanno un’esperienza di pochi giorni, o magari anche nessuna. Magari li hanno sentiti da qualcuno, magari no. Come per un occidentale Jesus bleibet meine Freude. Non potrai mai risalire a quando l’hai canticchiata la prima volta. È lì, radicata dentro di te, e basta.

Ebbene, che cosa si sa per certo del Giappone? Del suo consociativismo, del bisogno di fare gruppo da parte dei giapponesi, della capacità di sacrificare al gruppo tutto o più o meno tutto. Chi l’abbia teorizzato per primo è difficile da dire, più facile indicare chi ha consolidato definitivamente il concetto, l’autrice dello scritto che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario di chi guarda e ha guardato al Giappone in epoche…

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1 Commento

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Una risposta a “LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 6 di Alessandro Clementi

  1. Caterina

    Ottimo articolo che approfondisce la lettura dell’onnipresente “Japanese Society” di Nakane Chie.
    Riporto anche le parole di un articolo precedente che apre la serie su “Lo spirito Giapponese” perchè ben descrivono un pensiero diffuso:

    “Anni prima, nel corso della stesura della mia tesi di laurea sugli anime di Miyazaki Hayao, mi sembra al capitolo dedicato a “Porco Rosso”, parlando della ricchezza espressiva che assumevano quei cieli gonfi di nuvole come bignè di San Giuseppe, scrissi qualcosa del tipo: “…e qui è possibile individuare un tipico spirito giapponese nella sensibilità attraverso cui…” (corsivo mio). Vidi il viso della mia meravigliosa relatrice, fino a quel momento tutta sorrisi e affabilità, oscurarsi come al passaggio di un nuvolone gonfio di pioggia. Fu con aria evidentemente seccata che mi disse: “Spirito giapponese che vuol dire, che sarebbe? Se non specifichi…”. Fu come venire teletrasportato in mezzo al deserto. “Come che vuol dire, spirito giapponese… beh, LO spirito giapponese, quello che tutti intendono…”.

    Silenzio.

    “…quella particolare sensibilità (tutta “giapponese” non lo dissi, avevo annusato il pericolo) nel percepire le cose…”.

    “Particolare perché? Chi l’ha detto?”

    Boh, non lo sapevo, e all’improvviso fu come se mi fossero cadute le scaglie (variante giapponese della nostrana fetta di prosciutto) dagli occhi. Mi accorsi che senza alcun fondamento, io davo a questo nonsisabeneche “spirito giapponese” la stessa concretezza di un etto di mortadella, un modem, il movimento delle maree. E che – cosa peggiore – ci avevo convissuto per anni. Fui assalito da una vergogna che ancora oggi non riesco a scrollarmi del tutto di dosso. […]”

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