Una balena (pescata) e 7 baie sono in festa (proverbio giapponese)

Interessante approfondimento sulla questione balene con degli spunti sul perché il Giappone non molla.

BUROGU: Occhi sull`Impero

27-2-02 (1)

Bene, è giunto il momento di parlare di balene. La voglia mi è venuta dopo la lettura di un articolo, un mesetto fa, in cui riportavano…

No, ma forse è meglio fare una premessa: la Corte Internazionale di Giustizia, il 31 marzo 2014, ha emesso una sentenza con cui si impone al Governo giapponese di non rinnovare le licenze alle spedizioni di pesca “a scopo scientifico” che il Giappone conduce nel mare Antartico 2 vv. l’anno, in quanto i giudici sono giunti alla conclusione che lo scopo delle stesse non è scientifico bensì commerciale. A “citare” il Giappone, è stata l’Australia…

…e a questo punto la premessa mi tocca allargarla. 

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O barra O edizioni collana Asia/Gialli

http://www.obarrao.com/

I celebri casi del giudice Dee

I celebri casi del giudice Dee

in una breve incursione al salone del libro di Torino mi sono imbattuta nei libri gialli delle edizioni O barra O.
La casa editrice, va detto, c’è già da qualche anno sono io che la incontro per la prima volta solo ora.
La peculiarità di questi gialli è di essere di ambientazione orientale. Tanto per cominciare i casi del giudice Dee che alcuni conosceranno grazie al recente film “Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma“. La collana comprende sia un volume con le storie “originali” di un anonimo cinese sia la serie di romanzi scritti da Robert Van Gulik, orientalista e scrittore la cui opere furono scritte tra la fine degli anni Cinquanta e il 1968 anno della sua morte.

Vi è poi il cofanetto con i due volumi del Detective Hanshichi di Okamoto Kido. Okamoto Kido era più che altro un autore di teatro kabuki ma le storie del detective Hanschichi sono davvero famose e divertenti. Ma c’è anche un volume con un giallo coreano e chissà quante cose che mi sono sfuggite. I 68 raccoti di Okamoto Kido sono stati anche trasposti nella serie televisiva Shin Hanshichi Torimonocho della rete NHK nel 1997 con protagonista Sanada Hirayuki (47 ronin, l’ ultimo samurai, etc)

Personalmente mi piace l’idea di poter leggere della narrativa di genere giapponese (e asiatica) pur conservando una buona qualità.
E’ qualcosa che mancava.

Per quanto riguarda il Giappone si possono trovare anche un altro paio di titoli interessanti come, ad esempio, il reportafe “Tokyo Sisters” elaborato da due giornaliste francesi che raccoglie le testimonianze di varie donne di tutte le età e professioni. Di segno opposto è l’autobiografia “il mondo dei fiori e dei salici” di Masuda Sayo che racconta la sua vita. Masuda Sayo fu venduta da bambina a una casa di geisha ricevette l’istruzione sulle arti tradizionali ma riuscì a imparare a leggere e scrivere solo dopo i trent’anni da autodidatta.

Anche il resto del catalogo di O barra O edizioni è ricco di titoli interessanti che spaziano da vietnam, birmania, cina, corea, india.
E’ possibile trovare davvero tanti titoli originali, insoliti e curiosi.
Una delle caratteristiche che mi fanno apprezzare ulteriormente questo editore è la possibilità di scegliere fra cartaceo e ebook. let’s go digital!

 

Tokyo sisters di Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël

Tokyo sisters di Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël

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Hello Kitty! Orientalismo e appropriazione culturale

Eccellente articolo!
Le giapponesi viste da Avril Lavigne.
Le rappresentazioni che diamo degli ‘altri’ rivela molto di noi stessi.

“L’occidente è la norma, l’oriente è l’altro, da definire sempre rispetto alla norma.
L’orientalismo consiste nel ridurre le culture “altre” a pochi caratteri che vengono considerati unici ed essenziali di quella cultura”

Ex UAGDC

Ultimamente anche in Italia, seppur timidamente e seppur grazie alle performance di Miley Cyrus, si inizia a parlare di appropriazione culturale.
Per appropriazione culturale si intende l’assimilazione, attraverso stereotipi, letture colonialiste e inferiorizzanti, di culture considerate altre rispetto a quella occidentale.
L’appropriazione estetico-culturale è usata a fini di marketing perchè permette  di dare un tocco “etnico” o di presentare un’alternativa rispetto alla cultura bianca mainstream. Usatissima nella moda, ispirazioni tribali, profumi d’Oriente, cappelli piumati stile Navaho e tanto altro ancora.
Dal mercato del fashion si arriva a quello della musica, un esempio è il video di Lily Allen, di cui avevo parlato in questo post, in cui le ballerine nere vengono usate come esotici oggetti di scena puntando all’ipersessualizzazione dei loro corpi  assecondando lo stereotipo razzista che vuole le donne nere tutte sessualmente spregiudicate.

Razzismo e appropriazione estetico-culturale sono le accuse mosse al video del nuovo singolo di Avril Lavigne

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Mostre al Museo Chiossone di Genova

Dal 28 febbraio è in corso la mostra “La rinascita della pittura giapponese. Vent’anni di restauri al Museo Chiossone”, nella quale vengono esposti in due turni (28.2/4.5.2014 e 10.5/29.6.2014) 77 dipinti di alto valore artistico e storico restaurati, negli ultimi venti anni, sotto la guida scientifica di Donatella Failla, direttrice del museo genovese, e con il contributo di Fondazione Sumitomo e del Tōkyō National Research Institute for Cultural Properties (Tōbunken) dell’Agenzia Giapponese per gli Affari Culturali.

Il link alla pagina della mostra è il seguente: http://www.museidigenova.it/spip.php?article970

 

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Dal 6 marzo è in corso la mostra “Bambole artistiche del Giappone. Sculture figurative di Ōno Hatsuko della Collezione Mori Mika”, a cura di Mika Mori e Donatella Failla.

Il link alla pagina della mostra è il seguente: http://www.museidigenova.it/spip.php?article968

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Kachōfūgetsu 花鳥風月: l’emozione nella natura

I poeti di corte del Man’yōshū (万葉集 VIII secolo circa)erano profondamente influenzati dalla natura e sia i loro poemi d’amore che le elegie lo riflettono. “Kachōfūgetsu” era la raison d’etre dell’amore, “sansensōmoku” della tristezza. La natura era sempre una proiezione dei sentimenti umani, mai il contrario. Questi poeti erano ovviamente sensibili alla natura e al rincorrersi delle stagioni, ma la “natura” era sempre interpretata in modo molto restrittivo e si tendeva ad ingabbiarla in immagini convenzionali. Ci sono molte poesie sulla luna, un fenomeno naturale, ma ben poche sul sole e sulle stelle – fenomeni altrettanto naturali. Il mare era un qualcosa di limitato, ad uso di piccoli scafi e di barche per diletto, non il vasto oceano che le grandi navi dirette alla Cina dei Tang dovevano affrontare. Per questi poeti la natura non era un mondo immenso e selvaggio, ma un ambiente racchiuso, dolce e intimo. Il Man’yōshū è, per la maggior parte, una collezione di poesie d’amore nelle quali essi confidavano i loro sentimenti alla natura.

Uso shidarezakura Cardellino e ciliegio piangente, Katsushika Hokusai,1834 - Paris, Musée Guimet.

Uso shidarezakura Cardellino e ciliegio piangente, Katsushika Hokusai,1834 – Paris, Musée Guimet.

 

Cascate Amida nei rella remota regione lungo la strada di Kisokaidô (Kisoji no oku Amida-ga-taki), dalla series Un tour di cascate in varie province (Shokoku taki meguri): Katsushika Hokusai - 1832

Cascate Amida nei rella remota regione lungo la strada di Kisokaidô (Kisoji no oku Amida-ga-taki), dalla series Un tour di cascate in varie province (Shokoku taki meguri): Katsushika Hokusai – 1832

L’espressione Kachōfūgetsu (letteralmente: fiori uccelli vento luna 花鳥風月) è molto spesso reso tout court con “natura” ma nello specifico indica il rapporto con la natura che sottende uno stato gioioso oppure contemplativo dell’animo in contrapposizione a sansensōmoku (lett. monti fiume erbe alberi 山川草木) che provoca una sensazione di tristezza.

fonte: Storia della Letteretura Giapponese di Katō Shūichi a cura di A. Boscaro, Marsilio Editore.

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Bamboo 竹

竹梅図屏風 18世紀 江戸時代 東京国立博物館 pannelli dipinti con bambù e susino 18 secolo, epoca Edo museo nazionale di Tokyo

竹梅図屏風
18世紀 江戸時代 東京国立博物館
pannelli dipinti con bambù e susino
18 secolo, epoca Edo
museo nazionale di Tokyo

il Bambù è una pianta molto forte e robusta. Per questa sua natura in Giappone è considerato un simbolo di prosperità. Semplice e disadorno il bambù è anche un simbolo di purezza e innocenza. “Take o watta youna hito” significa letteralmente “persona come il bambù appena tagliato” e si riferisce a qualcuno dal carattere franco.

Il pino, il bambù e il susino (松竹梅-shouchikubai) sono una combinazione di buon auspicio che simbolizza longevità, forza e vitalità,

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La verità, tutta la verità, sugli occhioni

Brano tratto dal libro “Il Drago e la Saetta” di Marco Pellitteri edizione Tunuè (estrapolato deliberatamente e senza note)

Dai primi manga e poi anime di Osamu Tezuka è possibile riscontrare i più importanti elementi distintivi del fumetto del cartoon commerciale giapponesi. Il primo è figurativo e riguarda il modo in cui gli autori nipponici stilizzano gli occhi dei personaggi. L’uso degli occhioni deriva dai primi manga disegnati con un pennello unico e in cui gli occhi venivano graficizzati in modo da evitare che l’inchiostro per disegnare si espandesse a contatto con le altre linee tracciate per raffigurare le palpebre e le ciglia; e dal citato Tezuka, amante dell’animazione statunitense, come già rilevato. Egli, fin dai suoi primi fumetti – ripensiamo a Shintakarajima – introdusse gli occhi grandi rendendosi conto che l’espediente statunitense, specie di scuola disneyana,

Bambi - 1942

Bambi – 1942

Betty Boop 1930 - 1939

Betty Boop 1930 – 1939

era funzionale per rendere gli stati d’animo dei personaggi. Se si pensa al soprannome con cui Tezuka è chiamato in patria, dio del fumetto, ci si può rendere conto del perchè la sua graficizzazione degli occhi sia stata seguita da così tanti fumettisti e animatori del Sol Levante e anche di altri paesi asiatici come la Cina con Hong Kong, la Corea del Sud, Singapore, Taiwan.

Famosa tavola "cinematografica" di Shinatakarajima -  l'isola del tesoro - di Osamu Tezuka

Famosa tavola “cinematografica” di Shin takarajima – La nuova isola del tesoro – di Osamu Tezuka 1947

Jungle Taitei - Kimba il leone bianco - 1950 Tezuka Osamu

Jungle Taitei – Kimba il leone bianco – 1950 Tezuka Osamu

V’è però anche un’origine storica anteriore all’innovazione di Tezuka. Schodt rileva innanzitutto che prima del periodo Meiji gli artisti giapponesi ritraevano i connazionali con occhi stretti rispetto al canone occidentale – e bocche di misura variabile, e gli europei erano disegnati in modo “mostruoso”. Ma dalla metà del XIX secolo gli stili cambiarono progressivamente:

l’ideale giapponese comincia a spostarsi verso il modello del classico greco, cosa che gli artisti giapponesi chiamano fisico delle otto teste: l’altezza dell’uomo doveva essere uguale a otto volte la dimensione della testa. Anche i visi cominciarono a cambiare. Nelle popolari riviste femminile del periodo precedente alle guerre le illustrazione, ad esempio, di Jun’ichi Nakahara mostravano eroine con grandi occhi sognanti in uno stile importato dall’occidente. [Schodt 1983; Manga! Manga!: The World of Japanese Comics]

jun'ichi nakahara

jun’ichi nakahara

jun'ichi nakahara

jun’ichi nakahara

jun'ichi nakahara

jun’ichi nakahara

E’ ben più probabile, in realtà, che soltanto in parte gli occhi grandi fossero una derivazione delle fisionomia occidentali e che prendessero invece spunto da tendenze nate in loco. Lo spiega il nipponista Cristian Posocco, il quale chiama anch’egli in causa l’artista Jun’ichi Nakahara in una sintetica ricostruzione del contesto storico-artistico dell’epoca:

già prima che Tezuka “reinventasse” gli occhi grandi e introducesse il genere shōjo, questa convenzione grafica era presente in una forma d’arte prettamente nipponica come l’illustrazione jojōga (抒情画 immagini liriche), di cui sono particolarmente rappresentative le opere di Nakahara Jun’ichi (1913 – 1983). Caratteristica peculiare dei lavori di Nakahara, oltre alla dimensione irrealmente esagerata degli occhi delle fanciulle da lui dipinte, era la presenza all’interno delle iridi di riflessi molto accentuati atti a indicare un qualche moto o turbamento dell’animo. [Posocco 2005; Mangart]

jun'ichi nakahara

jun’ichi nakahara

jun'ichi nakahara

jun’ichi nakahara

[a questo link potete trovare interessanti informazioni sulle riviste femminili in giappone]

pubblicità di shampo in una rivista femminile

pubblicità di shampo in una rivista femminile

Copertina di rivista femminile epoca Showa 1926 - 1989

Copertina di rivista femminile epoca Showa 1926 – 1989

copertine di riviste femminili epoca taisho 1912 - 1926

copertine di riviste femminili epoca taisho 1912 – 1926

illustrazioni jojōga

Katsuji Matsumoto – illustrazione jojōga

illustrazioni jojōga

Katsuji Matsumoto – illustrazione jojōga

C’è chi fa invece risalire gli occhi grandi alla guerra russo-giapponese del 1904-1905, durante la quale la propaganda nipponica rappresentava i propri soldati in modo idealizzato rispetto alle controparti russe [Zaccagnino – Contrari, 2007] Ciò è vero, ma Zaccagnino e Contrari affermano che questa visualizzazione generosa e idealizzante sarebbe stata volta a rendere più “belli” ed “europei” i giapponesi, intendendo come sinonimi i due aggettivi e posizionandosi all’interno di un orientalismo naif, secondo cui l’abbellimento in questo caso sarebbe stato teso all’occidentalizzazione. In realtà il meccanismo dell’abbellimento dei propri connazionali e della penalizzazione estetica dei nemici è un procedimento comunicativo comune a tutte le strategie di propaganda grafica.

Kiyochika Kobayashi russo-japanese war caricature

Kiyochika Kobayashi russo-japanese war caricature

Biho hirose - russo-japanese war propaganda 1904-1905

Biho hirose – russo-japanese war propaganda 1904-1905

V’è un ulteriore, e credo più sensata, spiegazione. Quando in un manga o in un anime è raffigurato un giapponese di fronte a un occidentale quest’ultimo è disegnato evidenziandone altri tratti somatici più che gli occhi: l’altezza, la carnagione, il naso pronunciato. Nei giornali giapponesi furono pubblicate, fin dai primi anni della seconda metà del XIX secolo, numerose illustrazioni, realistiche o satiriche, nelle quali gli occidentali erano raffigurati quasi come dei mostri rispetto agli aggraziati giapponesi: teste grandi, arti oblunghi, nasi enormi, come in giornali quale il citato The Japan Punch [Schodt 1983] o come la celebre copertina di Kinkichirō Honda apparsa nel 1887 sul settimanale satirico Marumaru Chinbun.

kinkichiro honda - copertina di Marumaru chinbun 1887

kinkichiro honda – copertina di Marumaru chinbun 1887

L’abitudine appercettiva dei giapponesi alle fisionomie europee, e dunque delle consuetudini rappresentative nei confronti degli occidentali, sono diverse da quelle che un non asiatico può attendersi. E’ “semplicemente” una differenza culturale [Eco 1997; Kure 1999]. Un’altra questione ancora è invece il fatto che un occidentale, armato anche di una certa malizia, ritenga che gli occhi grandi dei personaggi dei manga indichino un europoide (perchè, appunto, “bianco” e privo di “occhi a mandorla”) o tradiscano un non meglio precisato senso di inferiorità etnica dei giapponesi verso il ceppo caucasico: questa è una fantasia derivata ancora da un ingenuo orientalismo eurocentrico. La tendenza è sempre stata evidente per lo più negli shōjo manga e ancor prima nelle storie illustrate pubblicate sulle riviste per ragazze, dagli anni Venti-Trenta (Nakahara docet); come spiega ancora Kure, nel periodo del massimo fulgore in Giappone dei costumi e della moda occidentali, negli anni Trenta e dopo la Seconda guerra mondiale, un ideale alternativo di bellezza femminile era fra le lettrici quello mitteleuropeo: giovani magre, slanciate, abbigliate in modo quasi fiabesco, secondo i crismi dell’estetica europea riguardante la donna. Fra i disegnatori più rappresentativi di questa tendenza vanno ricordati Makoto Takahashi, autore di shōjo manga come Petit La (edito sulla rivista mensile Shōjo nel 1961) e Yoshiko Nishitani, il cui testimone è stato poi raccolto da autrici come Riyoko Ikeda (Versailles no Bara 1972) o, più di recente, Moto Hagio (zankoku na kami ga shihaisuru 1993).

makoto takahashi - illustrazione

makoto takahashi – illustrazione

Makoto Takahashi - illustrazione

Makoto Takahashi – illustrazione

Versailles no Bara (Lady Oscar) - Riyoko Ikeda 1972

Versailles no Bara (Lady Oscar) – Riyoko Ikeda 1972

Zankoku na kami ga shihai suru - Moto Hagio 1993

Zankoku na kami ga shihai suru – Moto Hagio 1993

[a questo link trovate molte informazioni sull’evoluzione del genere shojo e tanto altro]

Non è nemmeno possibile ipotizzare che i manga e gli anime siano così pieni di personaggi dagli occhi grandi perchè gli autori e produttori giapponesi avrebbero sempre avuto in testa la proposizione dei prodotti alle platee internazionali, visto che il mercato degli anime è per lo più quello interno. E’ stato già segnalato, certo, che fin dagli anni Sessanta varie serie di anime furono esportate sul mercato statunitense. La storia degli anime prodotti per il mercato interno e anche per per quelli occidentali risale però agli anni Settanta: i primi anime televisivi di ambientazione europea, ad esempio, nacquero da coproduzioni, partire dalla citata Alps no shōjo Heidi (1974) e da Chiisana Viking Vicke (1974, in Italia Vickie il vichingo) della giapponese Zuiyo con le tedesche BetaFilm e Taurus Film. Inutile sottolineare, tuttavia, che la convenzione degli occhi grandi era già diffusa in patria ben prima che il fumetto e il cinema d’animazione giapponese venissero promossi all’estero.

Heidi la tipica bambina svizzera

Heidi la tipica bambina svizzera

Vicky - una coproduzione nippo-tedesca

Vicky il vichingo con i capelli lunghi e la voce da ragazza (lo adoravo) – una coproduzione nippo-tedesca

L’equivoco in cui cadono osservatori che non siano specialisti di manga e anime riguarda insomma un’incompleta cognizione delle componenti storico-estetiche che hanno portato gli autori nipponici a raffigurare gli eroi giapponesi in modo non necessariamente naturalistico – ovvero, rifacendosi in termini graficamente referenziali ai tratti somatici che si registrano nella realtà – ma secondo codici nati da stratificazioni storiche, tecniche, culturali tout ccourt. Non è che i personaggi dei manga non assomiglino ai giapponesi; è che la simbolizzazione visiva adottata per tradizione nei fumetti nipponici non ha un’evidente radice verista perché si basa invece su una consuetudine grafica partita con scopi diversi rispetto alla trasposizione pantografica di tratti somatici quali occhi, zigomi, capelli. La casistica conta tre possibilità:

1. Quando, in un anime o in un manga ambientato in Giappone, osserviamo un personaggio medio, cioè che abbia le sembianze di un tipico eroe o coprimario da anime/manga, siamo di fronte a una figura che è sottinteso che sia giapponese: creata da giapponesi, collocata in un contesto nipponico, in una storia destinata a spettatori locali. V’è insomma una corrispondenza simbolica 1:1 tra la fisicità reale dei giapponesi e la fisiognomica media dei personaggi degli anime o dei manga con l’ovale del volto dal mento spesso appuntito, gli occhi grandi, il naso appena accennato. Per quanto i giapponesi veri non somiglino granchè a quelli dei manga e degli anime, la codificazione standard formulata nel dopoguerra da osamu Tezuka è questa, e ne va preso atto sic et simpliciter.

Ojamajo doremi -  la codificazione standard delle maghette comprende i capelli arcobaleno.

Ojamajo doremi –
la codificazione standard delle maghette comprende i capelli arcobaleno.

One Piece - per i ragazzi invece è il fisico ad avere le maggiori trasformazioni di forma, dimensione, natura, etc...

One Piece – per i fighter invece è il fisico ad avere le maggiori trasformazioni di forma, dimensione, natura, etc…

2.  Quando ci si trova di fronte a un anime o manga ambientato in occidente e in cui tutti i personaggi siano occidentali, la codifica grafica rimane la stessa – i personaggi sono disegnati come nel tipo 1. sulla base di un calco proiettivo: benchè fra autore e pubblico viga il tacito patto per il quale gli eroi sono euroamericani e agiscono  in un contesto occidentale, la loro fisicità è resa con i tratti che i personaggi assumono normalmente nei manga e negli anime, come se fossero giapponesi, anche se nell’economia narrativa, naturalmente, giapponesi non sono. In questo modo vengono fatti salvi da una parte gli stilemi della tradizione del manga e dell’anime. e dall’altra possibilità di identificazione del lettore/spettatore giapponese nei personaggi della storia; senza contare che in tal modo è salvaguardata la riconoscibilità del prodotto a livello internazionale in quanto proveniente dal Giappone. Checchè ne dicano coloro i quali sostengono che gli anime siano confezionati facendo attenzione che si perda nello spettatore la percezione che il prodotto è del Sol Levante, di fatto la nipponicità degli anime il più delle volte non è solo perfettamente evidente, ma è spesso sottolineata proprio dall’insistenza su tali sistemi.

Pollyanna

Pollyanna

Piccole donne

Piccole donne

3. Quando sono presentati personaggi di nazionalità nipponica insieme ad altri, caucasici o di altre zone del continente asiatico, i giapponesi assumono i tratti canonici del personaggio manga/anime; gli occidentali vegono dotati di caratteristiche quali un colore variegato nell’acconciatura, un naso oblungo, occhi azzurri, una pelle rosea, un mento magari con una fossetta, lentiggini; e gli asiatici non giapponesi, a seconda della luce in cui si vuole siano posti possono apparire in modo dignitoso e distinto oppure – come nel fumetto anticoreano Kenkaryu di Sharin Yamano – in modo stereotipo.

Capitan Tsubasa Golden 23

Capitan Tsubasa Golden 23

 

Mia nota: spero si sia capito che occhi, capelli e rispettivi colori vengono usati per trasmettere il carattere e l’essenza del personaggio:

Il grande sogno di maya - la divina Ayumi Himekawa

Il grande sogno di maya – la divina Ayumi Himekawa

Lavinia - Lovely Sara

Lavinia – Lovely Sara

 

Iriza di Candy Candy

Iriza di Candy Candy

Nellie Oleson - la casa nella prateria

Nellie Oleson – la casa nella prateria

 

Il Drago e la saetta” travalica la categoria del saggio per invadere parzialmente il territorio del manuale. L’impostazione di  base dell’opera è una raccolta di saggi attorno al manga. I saggi sono in parte raccolti da lavori precedenti di Marco Pellitteri (libri, tesi, conferenze, etc) e in parte lavori originali.

Con un’ottica socio-antropologica vengono delimitati i confini storici e artistici del media senza tralasciare gli elementi inerenti la commercializzazione. L’analisi affronta le origini del fumetto e del manga, l’influenza delle arti giapponesi (kabuki, noh, etc) sul fumetto con precisazioni sulle peculiarità stilistiche e di genere. Vi sono approfondimenti dettagliati sulla diffusione del manga nel mondo e in italia in particolare arricchiti da gustosi aneddoti come la ragione dell’aggiunta di “atlas” al titolo italiano di Ufo robot (Goldrake/Grendzinger). Vi è molta attenzione ai significati veicolati o percepiti attraverso i manga e gli anime nel tempo e sull’immagine di sè che i giapponesi hanno prodotto all’estero (più o meno volontariamente) con precisi riferimenti alle tematiche dell’orientalismo e occitedentalismo.

Di fatto nel volume è possibile ritrovare una quantità immensa di dati e spunti. Devo dire che per quelli della mia generazione, segnata dall’ondata dei cartoni animati anni 70/80,  questo libro potrebbe sortire un effetto catartico.

copertina-drago e saetta

Il drago e la saetta – Marco Pellitteri
Tunuè editore
ISBN: 9788889613351

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