This is a contribute from TEDxTokyo 2011. I just founded.
The relator is a persuasive and competent economist (actually she was Chief Japan Equity Strategis several times).
The speech is about women at work. Better, women that doesn’t work. The Italian statistics are even worst than the japanese so I found it really inspiring and courageos.
Enjoy
here the link
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Womenomics
MangArt
Ho da poco finito di leggere il libro “MangArt” di Cristian Posocco edito da costa&nolan (18,60 euro). E’ un libro breve che riesce a svolgere tre compiti: il primo è riassumere la storia del manga contestualizzandolo all’interno della storia del fumetto globale.
In secondo luogo vengono rivelati alcuni aspetti non direttamente legati alla creazione del fumetto quanto alla sua produzione, commercializzazione e ricezione da parte del pubblico che aiutano a comprendere il perché di certe scelte o delle diversità dal fumetto occidentale.
Infine, attraverso numerosi esempi e con una base teorica radicata nella semiotica e nella critica estetica, vengono riassunti i tratti caratteristici del fumetto quali la composizione della tavola, la gestione del tempo, i fondali, le linee cinetiche e così via.
Il punto forte del libro sono, a mio avviso, senz’altro le analisi dettagliate delle tavole. Questo perché è assai raro, in ambito amatoriale o professionale, trovare la competenza e l’attenzione necessarie per valorizzare un’opera manga sia in una recensione, sia in uno studio generale. Invece leggendo quelle analisi si ha la netta percezione che anche il manga possa essere “maneggiato” con senso critico come ogni Arte.
Riporto qui un lungo estratto dal capitolo “Strutture nel manga. Struttura esterna” senza note e senza parte delle figure.

MangArt. Forme estetiche e linguaggio del fumetto giapponese
Autore: Cristian Posocco
Editore: Costa&Nolan
2005
Prezzo: 18,60
Il Paese dei Fumetti
Il Giappone è il primo produttore e consumatore mondiale di fumetti. Essi vengono pubblicati in apposite riviste contenitore ad altissima tiratura, contenenti diverse centinaia di pagine, stampate su carta di bassa qualità, pubblicate a cadenza regolare (settimanale, quindicinale, mensile) e commercializzate a prezzo popolare. In ognuna di esse vengono serializzati diversi manga, al ritmo di un episodio di sedici-venti pagine per ogni uscita. I manga maggiormente apprezzati dal pubblico vengono successivamente raccolti e ripubblicati in volumi di circa duecento pagine chiamati tankobon, caratterizzati, a differenza delle riviste, da ottime carta e stampa e da una lussuosa sovracoperta patinata. I titoli di maggiore successo possono in seguito godere di ristampa, a volte in formati alternativi al tankobon canonico, come il formato tascabile (bunkobon) o il volume da collezione con copertina rigida (tokusei waido han – 特性ワイド版 cioè edizione speciale wide).
Tornando però alle riviste, se ne trovano innumerevoli, pubblicate da un fitto sottobosco di case editrici più o meno rilevanti. Tuttavia, la stragrande maggioranza del mercato è dominata da quattro colossi editoriali: Hakusensha, Kodansha, Shogakukan e Shueisha (in ordine strettamente alfabetico), le quali, da sole, si spartiscono i tre quarti circa del mercato totale. A ciò aggiungiamo che l’incidenza dei manga e delle riviste di manga all’interno del mercato editoriale nipponico non ha paragoni nel mondo: si pensi che nel 1997 i manga rappresentano il trentotto per cento del totale delle pubblicazioni editoriali e librarie nipponiche, con un’incidenza del ventidue per cento sul fatturato, e che a metà degli anni Novanta la più popolare delle riviste di manga, “Shukan, shonen, jump” vendette una media di 6,53 milioni di copie ogni settimana. Il fatto che, come abbiamo visto in precedenza, queste riviste siano innumerevoli, è dovuto anche ai diversissimi tipi di pubblico di riferimento, e quindi esse devono rispondere a diverse esigenze e adoperare diversi linguaggi. Tale situazione ha di certo pesato, direttamente o indirettamente, nello sviluppo dei codici peculiari del manga.
La prima, fondamentale caratteristica di queste riviste antologiche giapponesi è che sono di gran lunga più grandi rispetto agli albi monografici occidentali, contengono molte più pagine e un gran numero di fumetti. Qual’è la conseguenza pratica di ciò, dal punto di vista del processo creativo? Gli autori americani ed europei si trovano nella condizione di dover concentrare in poco spazio una quantità di eventi tale da poter racchiudere un intreccio compiuto (gli albi monografici occidentali sono solitamente autoconclusivi) e in grado di catturare l’interesse dei lettori. Ciò non accade in Giappone, dove la lunghezza di ogni episodio di una singola serie è troppo breve per poter presentare un intreccio complesso e finito, e dove la gran quantità di diverse serie all’interno di una stessa rivista basta da sola a catturare l’interesse del lettore, a evitarne la noia. Gli autori giapponesi si trovano dunque, al contrario dei colleghi occidentali, nella situazione di non dover concentrare gli eventi narrati, bensì di poterli dilatare a seconda delle loro esigenze.
La manipolazione del tempo diegetico
Questa differenza nella scansione del tempo è un’altra delle differenze fondamentali fra il manga e il fumetto occidentale. Si guardino per esempio le figure 1 e 2. La prima ritrae una tavola di Dylan Dog, uno dei fumetti italiani più noti e popolari, mentre la seconda è tratta da Mezon Ikkoku, commedia romantica di Rumiko Takahashi.
La prima differenza, immediatamente visibile anche a un’osservazione superficiale, consiste nello spazio assegnato ai dialoghi: molti e fittissimi nella prima tavola, pochi e decisamente scarni nella seconda. Questo perché nel primo caso vi è la necessità, da parte dell’autore, di condensare in poco spazio il maggior numero possibile di informazioni, e non vi è nulla di meglio, per riuscirci, se non far parlare molto i personaggi. Nel secondo caso questa necessità non sussiste e dunque l’autrice può ben utilizzare lo spazio a sua disposizione onde approfondire alcuni piccoli dettagli.

Figura 2
Nei balloon viene detto:
"scusa Soichiro san" - "eri preoccupato?"
"domani" - "diremo addio a Mitakasan"
"Godaisan" - "mi chiedo dove sia finito"
"aaah, papà non dovevi preoccuparti"
"uff, che noioso!"
Ma la differenza maggiore sta nella distinzione fra tempo di lettura e tempo diegetico. Il tempo di lettura è, ovviamente, il tempo che impiega il lettore a leggere l’intera pagina. Questo tempo è molto superiore nella prima delle due tavole, proprio per la ricchezza di informazioni e la concentrazione necessaria per codificarle e ordinarle, mentre nella seconda basterebbe anche uno sguardo veloce per “leggerla” completamente. Più complesso è invece il discorso sul tempo diegetico, ovvero il tempo trascorso all’interno della narrazione. Osserviamo di nuovo la figura 1, e proviamo a calcolarne il tempo diegetico. Il tempo che si impiegherebbe a pronunciarne le battute è di un minuto, due minuti al massimo, ma i personaggi compiono anche delle azioni. Il ragazzo, per esempio, riceve delle foto, che la donna deve avere estratto in un momento non raffigurato; le sfoglia con attenzione; e infine comincia ad armeggiare con il computer. Ognuna di queste azioni necessita un certo tempo per essere compiuta, e in più fra esse potrebbero esserci delle pause che non ci vengono mostrate. Verosimilmente, dunque, la scena mostrata dovrebbe durare circa tre-quattro minuti. Concentriamoci ora sulla figura 2. Per leggerne le battute bastano non più di venti secondi. Ma a quanto ammonterà la durata del tempo diegetico? Il cane annusa il viso della donna che, a sua volta, lo abbraccia, si “confida” con lui, volge lo sguardo al cielo e, mentre fissa il volo degli uccelli, rimugina preoccupata sull’assenza di un suo inquilino: personaggio che ritroviamo nell’ultima vignetta, all’interno di un’auto (non lo vediamo, ma dalle battute capiamo che è lui). Fra la quinta e la settima vignetta, un’inquadratura dall’alto dei tetti della città serve a operare un cambio di scena e a inserire al contempo una durata, e fa sì che si abbia l’impressione che la scena dell’auto non si svolga proprio contemporaneamente ai pensieri della donna, ma a una certa distanza cronologica. In totale, quanto tempo è passato ? Stabilirlo è impossibile, ma l’impressione che si ottiene è che la scena sia molto lunga, che la protagonista rimanga assorta nei suoi pensieri a lungo prima di abbracciare il cane, e che a lungo rimanga a contemplare il cielo. Ciò principalmente perché, a differenza che in figura1 qui le pause ci vengono mostrate, iin quanto ciò facilita l’approfondimento psicologico dei personaggi; e la presenza di queste dilata notevolmente il tempo diegetico. Riassumendo, abbiamo notato come il tempo nel fumetto occidentale, a causa della necessità di concentrare informazioni, abbia una durata che usualmente si avvicina a quella del tempo di lettura, mentre nei manga prevalga la scansione di un tempo diegetico differente dal tempo di lettura.
Da espediente a motivo stilistico
Questa tendenza alla dilatazione ha anche altre radici. I mangaka, costretti a ritmi di lavoro forsennati a causa della strettissima periodicità cui sono sottoposti, cominciarono a escogitare furbescamente alcuni espedienti utili a guadagnare tempo riducendo la quantità di lavoro da svolgere nei tempi prestabiliti. Ecco che dunque alcuni mangaka, in particolare autrici di shojo manga, cominciarono a sostituire talune vignette con brevi commenti, o con istantanee dei personaggi ritagliate da altre vignette: ciò riduceva la mole di lavoro e poteva venire camuffata come scelta estetica.
Certi autori addirittura inseriscono a bordo pagina uno yonkoma disegnato piuttosto grezzamente che ritrae i protagonisti del manga o l’autore stesso e i suoi assistenti in situazioni comiche o, addirittura, come riempitivo per i volumi monografici, delle brevi storielle incentrate sui membri del proprio staff (fig. 3). Ma l’espediente più comune è l’eliminazione completa dell’ultima tavola di narrazione, con l’inserimento, al suo posto, di uno schizzo o di una piccola vignetta satirica o pin-up (fig. 4) che riprende uno o più personaggi o una situazione particolare dell’episodio appena concluso. Con il tempo questi espedienti hanno finito con il trasformarsi in motivi stilistici, elementi caratterizzanti. Il lettore ha ormai familiarizzato con questi elementi, li riconosce come propri del linguaggio dei manga, si aspetta di ritrovarli durante la lettura. Ciò ha portato indirettamente un forte giovamento anche al processo iterativo, da sempre fondamentale per catalizzare l’attenzione e il seguito dell’audience.
L’italia in Giappone
Il libro “Occidentalismi. La narrativa storica giapponese” di Toshio Miyake tratta la definizione di Occidente e di “identità” visto dal Giappone con particolare attenzione all’Italia. Nello specifico l’autore usa come strumento di analisi l’opera della scrittrice Shiono Nanami che ha scritto numerose opere sull’Italia dell’impero romano e del Rinascimento tra cui varie biografie sia di personaggi storici come Macchiavelli sia di città come Venezia. Ho trovato particolarmente divertente e interessante il seguente estratto che propongo qui senza le note e con alcuni arbitrari tagli.
L’Italia: da paese più stupido a paese più amato

Il protagonista che dà il nome all'opera è l'Italia. Il titolo è, infatti, un gioco di parole tra il nome della nazione e il termine giapponese "Hetare" (goffo, maldestro). Secondo lo stereotipo nazionale, Italia è un ragazzo allegro e ingenuo che ama follemente la pasta e le belle ragazze. Per la disperazione del suo alleato Germania, non è una nazione bellicosa, e per questo subisce spesso le angherie degli altri paesi.
Lo stato di scarso interesse per l’Italia, o comunque di interesse nel migliore dei casi mediato dallo sguardo mittel e nordeuropeo prima e statunitense poi, è durato grosso modo inalterato fino ad anni recenti. Nonostante nel dopoguerra fossero aumentati i contatti diretti con l’Italia, le informazioni, gli studiosi di lingua italiana, gli specialisti accademici, e si fossero pian piano differenziati gli interessi per il Bel Paese, ha continuato a prevalere nel senso comune la medesima immagine ambivalente dell’Italia: superiorizzabile in quanto occidentale, ma anche inferiorizzabile per i suoi aspetti contemporanei ritenuti pre-moderni (mafia, corruzione, instabilità politica, disfunzionalità delle infrastrutture ecc.).
Ancora nel 1986, secondo un sondaggio informale condotto da Dime, una rivista mensile rivolta a giovani business-men, gli italiani sono stati votati come il popolo più stupido al mondo. Le ragioni: sono troppo euforici, scioperano sempre, le donne sono brutte, gli uomini corrono dietro alle donne, non lavorano e pensano solo a mangiare.

Aria di Kozue Amano edito inn Italia da Star Comics. La storia si svolge su Marte ma nella città di Neo-Venezia e le protagoniste lavorano come gondoliere!
Venti anni dopo, nel 2006, emerge un’immagine molto più positiva, rilevata da un sondaggio comparativo commissionato dalla Camera di Commercio Italiana in Giappone. Gli Italiani sono considerati rispetto ad altri occidentali (Americani, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Spagnoli) i più gentili, creativi, e fisicamente attraenti, ma anche i più emotivi e irresponsabili, facendo dell’Italia il paese dove la maggior parte dei Giapponesi vorrebbe vivere. Altri sondaggi confermano l’Italia come meta turistica più attraente. Nel 2008, un sondaggio nazionale dell’NHK, l’azienda pubblica radio-televisiva, promuove l’Italia al secondo posto fra i paesi stranieri più amati, dopo l’Australia, facendo registrare un netto miglioramento rispetto al dodicesimo posto segnalato nel sondaggio precedente del 1983. Dato ancora più importante in prospettiva futura, è che l’Italia risulta addirittura prima se si considerano le fasce giovanili (16 – 29 anni) o quelle femminili (16 – 59 anni).
Che cosa è accaduto in questo ventennio, da avere ribaltato così drasticamente l’idea dell’Italia in Giappone?

Il manga Gunslinger Girl edito in Italia da D/Visual è ambientato in Italia e ha numerosi riferimenti al film Vacanze Romane (ma parla di bambine che fanno i sicari e non credo ci sia un violino in quella custodia!).
Il boom italiano nel Giappone contemporaneo
In Giappone, nei primi anni Novanta, ha avuto luogo una vera e propria esplosione di popolarità dell’Italia, che ha raggiunto il suo apice intorno al 1997. La gastronomia, la moda, il calcio, il design, la lingua italiana, i viaggi in Italia sono gli elementi trainanti di questa improvvisa e ancora perdurante popolarità. Le ragioni del fenomeno sono in parte analoghe al successo internazionale del Made in Italy, favorito dalla rivalutazione della produzione artigianale e industriale italiana, che ha portato negli anni Ottanta i prodotti italiani a eccellere nella competizione internazionale. Tuttavia è anche vero che in Giappone si tratta di un fenomeno, forse senza pari nel mondo per dimensioni e intensità, riconducibile anche all’intersezione di specifici fattori interni.
Il boom italiano è all’inizio un fenomeno soprattutto femminile e di consumo, in gran parte attivato e amplificato dalle riviste di moda e di life style, che in Giappone sono fondamentali nel creare nuove tendenze, gusti, e indirizzare le scelte dei consumatori. In particolar modo va segnalata la rivista femminile Hanako, negli anni Novanta una sorta di bibbia dei nuovi trend giovanili, alla quale si attribuisce il ruolo di aver lanciato sul mercato la prima moda della cucina italiana. Nell’aprile del 1990 dedica uno speciale al tiramisù, che impone in breve tempo il dolce come una vera e propria ossessione nazionale. Si inaugura così il boom della cucina italiana come trendy, giovane e informale, contribuendo a deporre la più formale cucina francese quale simbolo della cucina europea.

Bambino! è un manga inedito in Italia che narra le vicende di Shogo Ban, giovanissimo cuoco di provincia di grande talento. Su consiglio del suo capo cuoco, Ban si recherà a Tokyo per affinare le proprie qualità... Ma non in un ristorante qualsiasi, bensì nel miglior ristorante italiano a Tokyo, trattoria Baccanale.
Sullo sfondo di tutto questo, c’è prima di tutto la ristrutturazione del mercato del lavoro, con l’immissione ormai universale delle donne nel mondo del lavoro e, soprattutto, la loro affermazione come protagoniste assolute dei nuovi consumi metropolitani e globalizzati. Le donne rimangono ancora in gran parte escluse dai percorsi di carriera, ma proprio per questo devono dedicare meno tempo al lavoro rispetto ai loro colleghi maschi. Continuano a vivere con i loro genitori, rimandano il più a lungo possibile il matrimonio, godendosi a pieno il nuovo potere d’acquisto investito nel tempo libero. Ad aumentare poi esponenzialmente questo potere d’acquisto nei confronti dei prodotti italiani, vi è il drammatico incremento di valore della valuta giapponese, lo yen, che proprio nel quinquennio 1990-95 arriva quasi a triplicare il suo valore nei confronti della lira. Ciò rende accessibile a una cerchia molto estesa dei ceti femminili medi viaggiare anche più volte in Italia e fare shopping di griffe italiane a Milano, Venezia, Firenze o Roma.
Di fronte al ruolo predominante delle donne nel boom italiano, si assiste anche da parte maschile a un crescente interesse per il Bel Paese. Continua la passione per l’automobile italiana come oggetto unico ed esclusivo. Nonostante le immatricolazioni ridotte, modelli che vanno dalla Fiat 500 fino alla Ferrari o alla Lamborghini, fruiscono di un’aura distintiva, attribuita all’eccellenza del design e alla competitività sportiva, ulteriormente rafforzata dai successi della Ferrari nella Formula Uno a fine anni Novanta.

Capitan Tsubasa Kaigai - Gekito Hen in Calcio
È uno speciale seguito del manga Golden-23 in cui le squadre di Hyuga (Mark Lenders) e Aoi (Rob Denton), l'Albese e la Reggiana si scontrano nel big match decisivo per la promozione in Serie B. Lo speciale, che assume le sembianze di una miniserie di 24 capitoli, è stato pubblicato in due tankoubon, usciti entrambi in Giappone il 19 Maggio 2010 (Wikipedia)
Ancora maggiore passione suscita il calcio italiano. Nel 1993 nasce la J-League, il primo campionato professionistico di calcio in Giappone, sostenuto da un’imponente operazione di marketing da parte di promotori e mass-media. Nel giro di pochi anni il calcio, fino ad allora sconosciuto, si impone come uno sport popolare, al pari del baseball e del sumō, la tradizionale lotta giapponese. Sono questi gli stessi anni del massimo splendore della serie A italiana, il campionato più ricco del mondo, popolato dalle più note star calcistiche, il Milan di Arrigo Sacchi, la Juventus di Totò Schillaci, e poi di Roberto Baggio, diventano i modelli da imitare a da sognare per milioni di nuovi appassionati. A ciò si aggiunge l’ulteriore copertura mediatica della Serie A, indotta dall’arrivo del calciatore Nakata Hidetoshi e dalla sua affermazione internazionale proprio attraverso l’attività in squadre italiane (Perugia, Roma, Parma, Bologna, Fiorentina; 1998 – 2005).
Un altro aspetto contingente, particolarmente curioso, è il successo della lingua italiana, che ha portato un anonimo istruttore di un programma trasmesso dall’emittente pubblica NHK (Itariago kaiwa, イタリア語会話 1991 – 2005), a diventare una vera e propria star mediatica. Girolamo Panzetta, originario di Avellino, ha fatto dello stereotipo dell’italiano mangia-pizza, allegro furfantello ed elegante sciupafemmine il suo marchio di fabbrica. Prima, per spettacolarizzare il formato televisivo noioso dei programmi televisivi di lingua straniera; in seguito per sfruttare questa iniziale popolarità nel diventare opinionista onnipresente sull’Italia, modello, autore di una ventina di libri, tanto da contendere a Leonardo da Vinci il primato di italiano più noto in Giappone.
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“Occidente”, “Italia” e “Giappone”
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L’Italia attrae perché vista come la culla della civiltà del tanto temuto e amato Occidente, ma anche perché al presente non incute soggezione come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o la Germania, essendo ritenuta arretrata rispetto al Giappone.
Le icone contemporanee dell’Italia nel senso comune più diffuso, infatti sono connotate da aspetti in sostanza pre-moderni e rivestite da un’aura di autenticità tradizionale: l’associazione alla famiglia e all’amore romantico della cucina; l’artigianalità della moda e del design; l’arte rinascimentale; i monumenti storici; i paesaggi assolati; la passionalità della lirica e del calcio; e più in generale, la gente allegra, spontanea, divertente.
Si tratta di un “Italia” costruita da un gioco ambivalente di superiorizzazione (il suo passato) e di inferiorizzazione esotica (il suo presente), che concorre a configurarla come un “Occidente” orientalizzato. Ed è proprio questa configurazione ambivalente che risulta seducente per una certa retorica popolare di alterità e identità culturale, in altre parole, l’altro italiano è seducente perché consente a uno specifico discorso identitario di posizionare il “Giappone” in modo strategicamente vantaggioso rispetto alle difficili tensioni filo e anti-occidentali indotte dall’Occidentalismo moderno.
Naturalmente esistono molte altre voci sull’Italia, più o meno discordanti. Esse vanno dall’ammirazione viscerale, eloquente in titoli di libri quali Come diventare italiani o Perché gli italiani sono felici, fino a comprendere toni più razzisti, visibili nel Web, con forum intitolati “E’ ridicolo considerare gli italiani dei bianchi”. Tuttavia, a prescindere dalle posizioni più estreme, è da notare un crescente apprezzamento dell’Italia motivato adesso anche dalla sua modernità sui generis e dal suo conseguente stile di vita.
Questa prospettiva era già diffusa fra studiosi progressisti attratti da Antonio Gramsci, l’Eurocomunismo, Antonio Negri e l’Ulivo, ma in anni recenti è confluita nella più generale disaffezione nei confronti del modello di modernità made in Japan oMade in USA. La perdurante recessione economica iniziata negli anni Novanta e la crescente consapevolezza dei costi sociali indotti della modernizzazione postbellica, ha favorito l’interesse per aspetti molteplici della contemporaneità italiana: il decentramento amministrativo, l’Italia dei mille comuni, la differenziazione regionale, la cultura del bar, lo slow food, l’agriturismo, ecc. Il passato e la tradizione continuano a essere apprezzati, ma adesso anche il presente italiano non è più giudicato secondo il criterio di una presunta superiorità della modernità giapponese o statunitense. La diversa modernità italiana sta diventando il ricettacolo sia di proiezioni nostalgiche circa uno stile di vita più autentico e rilassato, sia di indagine per individuare una modernità alternativa e sostenibile.
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Piccola nota personale: il libro di Miyake prosegue con un’analisi dell’opera di Shioni Nanami, scrittrice si romanzi storici, le cui numerose opere sono quasi interamente ambientate in Italia. Nanami risiede da anni in Italia, e gode di grande fama in patria.
E’ stata insignita dell’onorificenza Grande Ufficiale dell’Ordine di Merito per la sua opera di divulgazione della cultura italiana in Giappone.
Ora, sorge spontanea una domanda: ma perché, la Ikeda che ha avuto un’onorificenza del tutto simile in Francia per il solo Versailles no Bara conosciuto come Lady Oscar è famosa ovunque, senz’altro in tutta Europa e Shioni Nanami non si è vista pubblicare nemmeno un libro in Italia?
Perché?!
Di sicuro il genere del romanzo storico è popolare anche qui da noi, quindi…






