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MangArt

Ho da poco finito di leggere il libro “MangArt” di Cristian Posocco edito da costa&nolan (18,60 euro). E’ un libro breve che riesce a svolgere tre compiti: il primo è riassumere la storia del manga contestualizzandolo all’interno della storia del fumetto globale.

In secondo luogo vengono rivelati alcuni aspetti non direttamente legati alla creazione del fumetto quanto alla sua produzione, commercializzazione e ricezione da parte del pubblico che aiutano a comprendere il perché di certe scelte o delle diversità dal fumetto occidentale.

Infine, attraverso numerosi esempi e con una base teorica radicata nella semiotica e nella critica estetica, vengono riassunti i tratti caratteristici del fumetto quali la composizione della tavola, la gestione del tempo, i fondali, le linee cinetiche e così via.

Il punto forte del libro sono, a mio avviso, senz’altro le analisi dettagliate delle tavole. Questo perché è assai raro, in ambito amatoriale o professionale, trovare la competenza e l’attenzione necessarie per valorizzare un’opera manga sia in una recensione, sia in uno studio generale. Invece leggendo quelle analisi si ha la netta percezione che anche il manga possa essere “maneggiato” con senso critico come ogni Arte.

Riporto qui un lungo estratto dal capitolo “Strutture nel manga. Struttura esterna” senza note e senza parte delle figure.

MangArt. Forme estetiche e linguaggio del fumetto giapponese
Autore: Cristian Posocco
Editore: Costa&Nolan
2005
Prezzo: 18,60

Il Paese dei Fumetti

Il Giappone è il primo produttore e consumatore mondiale di fumetti. Essi vengono pubblicati in apposite riviste contenitore ad altissima tiratura, contenenti diverse centinaia di pagine, stampate su carta di bassa qualità, pubblicate a cadenza regolare (settimanale, quindicinale, mensile) e commercializzate a prezzo popolare. In ognuna di esse vengono serializzati diversi manga, al ritmo di un episodio di sedici-venti pagine per ogni uscita. I manga maggiormente apprezzati dal pubblico vengono successivamente raccolti e ripubblicati in volumi di circa duecento pagine chiamati tankobon, caratterizzati, a differenza delle riviste, da ottime carta e stampa e da una lussuosa sovracoperta patinata. I titoli di maggiore successo possono in seguito godere di ristampa, a volte in formati alternativi al tankobon canonico, come il formato tascabile (bunkobon) o il volume da collezione con copertina rigida (tokusei waido han – 特性ワイド版 cioè edizione speciale wide).

Mezon Ikkoku edizione tokusei waido

Tornando però alle riviste, se ne trovano innumerevoli, pubblicate da un fitto sottobosco di case editrici più o meno rilevanti. Tuttavia, la stragrande maggioranza del mercato è dominata da quattro colossi editoriali: Hakusensha, Kodansha, Shogakukan e Shueisha (in ordine strettamente alfabetico), le quali, da sole, si spartiscono i tre quarti circa del mercato totale. A ciò aggiungiamo che l’incidenza dei manga e delle riviste di manga all’interno del mercato editoriale nipponico non ha paragoni nel mondo: si pensi che nel 1997 i manga rappresentano il trentotto per cento del totale delle pubblicazioni editoriali e librarie nipponiche, con un’incidenza del ventidue per cento sul fatturato, e che a metà degli anni Novanta la più popolare delle riviste di manga, “Shukan, shonen, jump” vendette una media di 6,53 milioni di copie ogni settimana. Il fatto che, come abbiamo visto in precedenza, queste riviste siano innumerevoli, è dovuto anche ai diversissimi tipi di pubblico di riferimento, e quindi esse devono rispondere a diverse esigenze e adoperare diversi linguaggi. Tale situazione ha di certo pesato, direttamente o indirettamente, nello sviluppo dei codici peculiari del manga.

La prima, fondamentale caratteristica di queste riviste antologiche giapponesi è che sono di gran lunga più grandi rispetto agli albi monografici occidentali, contengono molte più pagine e un gran numero di fumetti. Qual’è la conseguenza pratica di ciò, dal punto di vista del processo creativo? Gli autori americani ed europei si trovano nella condizione di dover concentrare in poco spazio una quantità di eventi tale da poter racchiudere un intreccio compiuto (gli albi monografici occidentali sono solitamente autoconclusivi) e in grado di catturare l’interesse dei lettori. Ciò non accade in Giappone, dove la lunghezza di ogni episodio di una singola serie è troppo breve per poter presentare un intreccio complesso e finito, e dove la gran quantità di diverse serie all’interno di una stessa rivista basta da sola a catturare l’interesse del lettore, a evitarne la noia. Gli autori giapponesi si trovano dunque, al contrario dei colleghi occidentali, nella situazione di non dover concentrare gli eventi narrati, bensì di poterli dilatare a seconda delle loro esigenze.

La manipolazione del tempo diegetico

Questa differenza nella scansione del tempo è un’altra delle differenze fondamentali fra il manga e il fumetto occidentale. Si guardino per esempio le figure 1 e 2. La prima ritrae una tavola di Dylan Dog, uno dei fumetti italiani più noti e popolari, mentre la seconda è tratta da Mezon Ikkoku, commedia romantica di Rumiko Takahashi.

Figura 1

La prima differenza, immediatamente visibile anche a un’osservazione superficiale, consiste nello spazio assegnato ai dialoghi: molti e fittissimi nella prima tavola, pochi e decisamente scarni nella seconda. Questo perché nel primo caso vi è la necessità, da parte dell’autore, di condensare in poco spazio il maggior numero possibile di informazioni, e non vi è nulla di meglio, per riuscirci, se non far parlare molto i personaggi. Nel secondo caso questa necessità non sussiste e dunque l’autrice può ben utilizzare lo spazio a sua disposizione onde approfondire alcuni piccoli dettagli.

Figura 2
Nei balloon viene detto:
"scusa Soichiro san" - "eri preoccupato?"
"domani" - "diremo addio a Mitakasan"
"Godaisan" - "mi chiedo dove sia finito"
"aaah, papà non dovevi preoccuparti"
"uff, che noioso!"

Ma la differenza maggiore sta nella distinzione fra tempo di lettura e tempo diegetico. Il tempo di lettura è, ovviamente, il tempo che impiega il lettore a leggere l’intera pagina. Questo tempo è molto superiore nella prima delle due tavole, proprio per la ricchezza di informazioni e la concentrazione necessaria per codificarle e ordinarle, mentre nella seconda basterebbe anche uno sguardo veloce per “leggerla” completamente. Più complesso è invece il discorso sul tempo diegetico, ovvero il tempo trascorso all’interno della narrazione. Osserviamo di nuovo la figura 1, e proviamo a calcolarne il tempo diegetico. Il tempo che si impiegherebbe a pronunciarne le battute è di un minuto, due minuti al massimo, ma i personaggi compiono anche delle azioni. Il ragazzo, per esempio, riceve delle foto, che la donna deve avere estratto in un momento non raffigurato; le sfoglia con attenzione; e infine comincia ad armeggiare con il computer. Ognuna di queste azioni necessita un certo tempo per essere compiuta, e in più fra esse potrebbero esserci delle pause che non ci vengono mostrate. Verosimilmente, dunque, la scena mostrata dovrebbe durare circa tre-quattro minuti. Concentriamoci ora sulla figura 2. Per leggerne le battute bastano non più di venti secondi. Ma a quanto ammonterà la durata del tempo diegetico? Il cane annusa il viso della donna che, a sua volta, lo abbraccia, si “confida” con lui, volge lo sguardo al cielo e, mentre fissa il volo degli uccelli, rimugina preoccupata sull’assenza di un suo inquilino: personaggio che ritroviamo nell’ultima vignetta, all’interno di un’auto (non lo vediamo, ma dalle battute capiamo che è lui). Fra la quinta e la settima vignetta, un’inquadratura dall’alto dei tetti della città serve a operare un cambio di scena e a inserire al contempo una durata, e fa sì che si abbia l’impressione che la scena dell’auto non si svolga proprio contemporaneamente ai pensieri della donna, ma a una certa distanza cronologica. In totale, quanto tempo è passato ? Stabilirlo è impossibile, ma l’impressione che si ottiene è che la scena sia molto lunga, che la protagonista rimanga assorta nei suoi pensieri a lungo prima di abbracciare il cane, e che a lungo rimanga a contemplare il cielo. Ciò principalmente perché, a differenza che in figura1 qui le pause ci vengono mostrate, iin quanto ciò facilita l’approfondimento psicologico dei personaggi; e la presenza di queste dilata notevolmente il tempo diegetico. Riassumendo, abbiamo notato come il tempo nel fumetto occidentale, a causa della necessità di concentrare informazioni, abbia una durata che usualmente si avvicina a quella del tempo di lettura, mentre nei manga prevalga la scansione di un tempo diegetico differente dal tempo di lettura.

Da espediente a motivo stilistico

Questa tendenza alla dilatazione ha anche altre radici. I mangaka, costretti a ritmi di lavoro forsennati a causa della strettissima periodicità cui sono sottoposti, cominciarono a escogitare furbescamente alcuni espedienti utili a guadagnare tempo riducendo la quantità di lavoro da svolgere nei tempi prestabiliti. Ecco che dunque alcuni mangaka, in particolare autrici di shojo manga, cominciarono a sostituire talune vignette con brevi commenti, o con istantanee dei personaggi ritagliate da altre vignette: ciò riduceva la mole di lavoro e poteva venire camuffata come scelta estetica.

Figura 3

Certi autori addirittura inseriscono a bordo pagina uno yonkoma disegnato piuttosto grezzamente che ritrae i protagonisti del manga o l’autore stesso e i suoi assistenti in situazioni comiche o, addirittura, come riempitivo per i volumi monografici, delle brevi storielle incentrate sui membri del proprio staff (fig. 3). Ma l’espediente più comune è l’eliminazione completa dell’ultima tavola di narrazione, con l’inserimento, al suo posto, di uno schizzo o di una piccola vignetta satirica o pin-up (fig. 4) che riprende uno o più personaggi o una situazione particolare dell’episodio appena concluso. Con il tempo questi espedienti hanno finito con il trasformarsi in motivi stilistici, elementi caratterizzanti. Il lettore ha ormai familiarizzato con questi elementi, li riconosce come propri del linguaggio dei manga, si aspetta di ritrovarli durante la lettura. Ciò ha portato indirettamente un forte giovamento anche al processo iterativo, da sempre fondamentale per catalizzare l’attenzione e il seguito dell’audience.

Figura 4

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L’italia in Giappone

Il libro “Occidentalismi. La narrativa storica giapponese” di Toshio Miyake tratta la definizione di Occidente e di “identità” visto dal Giappone con particolare attenzione all’Italia. Nello specifico l’autore usa come strumento di analisi l’opera della scrittrice Shiono Nanami che ha scritto numerose opere sull’Italia dell’impero romano e del Rinascimento tra cui varie biografie sia di personaggi storici come Macchiavelli sia di città come Venezia. Ho trovato particolarmente divertente e interessante il seguente estratto che propongo qui senza le note e con alcuni arbitrari tagli.

L’Italia: da paese più stupido a paese più amato

Il protagonista che dà il nome all'opera è l'Italia. Il titolo è, infatti, un gioco di parole tra il nome della nazione e il termine giapponese "Hetare" (goffo, maldestro). Secondo lo stereotipo nazionale, Italia è un ragazzo allegro e ingenuo che ama follemente la pasta e le belle ragazze. Per la disperazione del suo alleato Germania, non è una nazione bellicosa, e per questo subisce spesso le angherie degli altri paesi.

Lo stato di scarso interesse per l’Italia, o comunque di interesse nel migliore dei casi mediato dallo sguardo mittel e nordeuropeo prima e statunitense poi, è durato grosso modo inalterato fino ad anni recenti. Nonostante nel dopoguerra fossero aumentati i contatti diretti con l’Italia, le informazioni, gli studiosi di lingua italiana, gli specialisti accademici, e si fossero pian piano differenziati gli interessi per il Bel Paese, ha continuato a prevalere nel senso comune la medesima immagine ambivalente dell’Italia: superiorizzabile in quanto occidentale, ma anche inferiorizzabile per i suoi aspetti contemporanei ritenuti pre-moderni (mafia, corruzione, instabilità politica, disfunzionalità delle infrastrutture ecc.).

Ancora nel 1986, secondo un sondaggio informale condotto da Dime, una rivista mensile rivolta a giovani business-men, gli italiani sono stati votati come il popolo più stupido al mondo. Le ragioni: sono troppo euforici, scioperano sempre, le donne sono brutte, gli uomini corrono dietro alle donne, non lavorano e pensano solo a mangiare.

Aria di Kozue Amano edito inn Italia da Star Comics. La storia si svolge su Marte ma nella città di Neo-Venezia e le protagoniste lavorano come gondoliere!

Venti anni dopo, nel 2006, emerge un’immagine molto più positiva, rilevata da un sondaggio comparativo commissionato dalla Camera di Commercio Italiana in Giappone. Gli Italiani sono considerati rispetto ad altri occidentali (Americani, Inglesi, Tedeschi, Francesi, Spagnoli) i più gentili, creativi, e fisicamente attraenti, ma anche i più emotivi e irresponsabili, facendo dell’Italia il paese dove la maggior parte dei Giapponesi vorrebbe vivere. Altri sondaggi confermano l’Italia come meta turistica più attraente. Nel 2008, un sondaggio nazionale dell’NHK, l’azienda pubblica radio-televisiva, promuove l’Italia al secondo posto fra i paesi stranieri più amati, dopo l’Australia, facendo registrare un netto miglioramento rispetto al dodicesimo posto segnalato nel sondaggio precedente del 1983. Dato ancora più importante in prospettiva futura, è che l’Italia risulta addirittura prima se si considerano le fasce giovanili (16 – 29 anni) o quelle femminili (16 – 59 anni).

Che cosa è accaduto in questo ventennio, da avere ribaltato così drasticamente l’idea dell’Italia in Giappone?

Il manga Gunslinger Girl edito in Italia da D/Visual è ambientato in Italia e ha numerosi riferimenti al film Vacanze Romane (ma parla di bambine che fanno i sicari e non credo ci sia un violino in quella custodia!).

Il boom italiano nel Giappone contemporaneo

In Giappone, nei primi anni Novanta, ha avuto luogo una vera e propria esplosione di popolarità dell’Italia, che ha raggiunto il suo apice intorno al 1997. La gastronomia, la moda, il calcio, il design, la lingua italiana, i viaggi in Italia sono gli elementi trainanti di questa improvvisa e ancora perdurante popolarità. Le ragioni del fenomeno sono in parte analoghe al successo internazionale del Made in Italy, favorito dalla rivalutazione della produzione artigianale e industriale italiana, che ha portato negli anni Ottanta i prodotti italiani a eccellere nella competizione internazionale. Tuttavia è anche vero che in Giappone si tratta di un fenomeno, forse senza pari nel mondo per dimensioni e intensità, riconducibile anche all’intersezione di specifici fattori interni.

Il boom italiano è all’inizio un fenomeno soprattutto femminile e di consumo, in gran parte attivato e amplificato dalle riviste di moda e di life style, che in Giappone sono fondamentali nel creare nuove tendenze, gusti, e indirizzare le scelte dei consumatori. In particolar modo va segnalata la rivista femminile Hanako, negli anni Novanta una sorta di bibbia dei nuovi trend giovanili, alla quale si attribuisce il ruolo di aver lanciato sul mercato la prima moda della cucina italiana. Nell’aprile del 1990 dedica uno speciale al tiramisù, che impone in breve tempo il dolce come una vera e propria ossessione nazionale. Si inaugura così il boom della cucina italiana come trendy, giovane e informale, contribuendo a deporre la più formale cucina francese quale simbolo della cucina europea.

Bambino! è un manga inedito in Italia che narra le vicende di Shogo Ban, giovanissimo cuoco di provincia di grande talento. Su consiglio del suo capo cuoco, Ban si recherà a Tokyo per affinare le proprie qualità... Ma non in un ristorante qualsiasi, bensì nel miglior ristorante italiano a Tokyo, trattoria Baccanale.

Sullo sfondo di tutto questo, c’è prima di tutto la ristrutturazione del mercato del lavoro, con l’immissione ormai universale delle donne nel mondo del lavoro e, soprattutto, la loro affermazione come protagoniste assolute dei nuovi consumi metropolitani e globalizzati. Le donne rimangono ancora in gran parte escluse dai percorsi di carriera, ma proprio per questo devono dedicare meno tempo al lavoro rispetto ai loro colleghi maschi. Continuano a vivere con i loro genitori, rimandano il più a lungo possibile il matrimonio, godendosi a pieno il nuovo potere d’acquisto investito nel tempo libero. Ad aumentare poi esponenzialmente questo potere d’acquisto nei confronti dei prodotti italiani, vi è il drammatico incremento di valore della valuta giapponese, lo yen, che proprio nel quinquennio 1990-95 arriva quasi a triplicare il suo valore nei confronti della lira. Ciò rende accessibile a una cerchia molto estesa dei ceti femminili medi viaggiare anche più volte in Italia e fare shopping di griffe italiane a Milano, Venezia, Firenze o Roma.

Di fronte al ruolo predominante delle donne nel boom italiano, si assiste anche da parte maschile a un crescente interesse per il Bel Paese. Continua la passione per l’automobile italiana come oggetto unico ed esclusivo. Nonostante le immatricolazioni ridotte, modelli che vanno dalla Fiat 500 fino alla Ferrari o alla Lamborghini, fruiscono di un’aura distintiva, attribuita all’eccellenza del design e alla competitività sportiva, ulteriormente rafforzata dai successi della Ferrari nella Formula Uno a fine anni Novanta.

Capitan Tsubasa Kaigai - Gekito Hen in Calcio
È uno speciale seguito del manga Golden-23 in cui le squadre di Hyuga (Mark Lenders) e Aoi (Rob Denton), l'Albese e la Reggiana si scontrano nel big match decisivo per la promozione in Serie B. Lo speciale, che assume le sembianze di una miniserie di 24 capitoli, è stato pubblicato in due tankoubon, usciti entrambi in Giappone il 19 Maggio 2010 (Wikipedia)

Ancora maggiore passione suscita il calcio italiano. Nel 1993 nasce la J-League, il primo campionato professionistico di calcio in Giappone, sostenuto da un’imponente operazione di marketing da parte di promotori e mass-media. Nel giro di pochi anni il calcio, fino ad allora sconosciuto, si impone come uno sport popolare, al pari del baseball e del sumō, la tradizionale lotta giapponese. Sono questi gli stessi anni del massimo splendore della serie A italiana, il campionato più ricco del mondo, popolato dalle più note star calcistiche, il Milan di Arrigo Sacchi, la Juventus di Totò Schillaci, e poi di Roberto Baggio, diventano i modelli da imitare a da sognare per milioni di nuovi appassionati. A ciò si aggiunge l’ulteriore copertura mediatica della Serie A, indotta dall’arrivo del calciatore Nakata Hidetoshi e dalla sua affermazione internazionale proprio attraverso l’attività in squadre italiane (Perugia, Roma, Parma, Bologna, Fiorentina; 1998 – 2005).

Un altro aspetto contingente, particolarmente curioso, è il successo della lingua italiana, che ha portato un anonimo istruttore di un programma trasmesso dall’emittente pubblica NHK (Itariago kaiwa, イタリア語会話 1991 – 2005), a diventare una vera e propria star mediatica. Girolamo Panzetta, originario di Avellino, ha fatto dello stereotipo dell’italiano mangia-pizza, allegro furfantello ed elegante sciupafemmine il suo marchio di fabbrica. Prima, per spettacolarizzare il formato televisivo noioso dei programmi televisivi di lingua straniera; in seguito per sfruttare questa iniziale popolarità nel diventare opinionista onnipresente sull’Italia, modello, autore di una ventina di libri, tanto da contendere a Leonardo da Vinci il primato di italiano più noto in Giappone.

[…]

Cesare di Fuyumi Souryo edito in Italia da Starcomics è una dettagliata biografia di Cesare Borgia.

Occidente”, “Italia” e “Giappone”

[…]

L’Italia attrae perché vista come la culla della civiltà del tanto temuto e amato Occidente, ma anche perché al presente non incute soggezione come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o la Germania, essendo ritenuta arretrata rispetto al Giappone.

Le icone contemporanee dell’Italia nel senso comune più diffuso, infatti sono connotate da aspetti in sostanza pre-moderni e rivestite da un’aura di autenticità tradizionale: l’associazione alla famiglia e all’amore romantico della cucina; l’artigianalità della moda e del design; l’arte rinascimentale; i monumenti storici; i paesaggi assolati; la passionalità della lirica e del calcio; e più in generale, la gente allegra, spontanea, divertente.

Si tratta di un “Italia” costruita da un gioco ambivalente di superiorizzazione (il suo passato) e di inferiorizzazione esotica (il suo presente), che concorre a configurarla come un “Occidente” orientalizzato. Ed è proprio questa configurazione ambivalente che risulta seducente per una certa retorica popolare di alterità e identità culturale, in altre parole, l’altro italiano è seducente perché consente a uno specifico discorso identitario di posizionare il “Giappone” in modo strategicamente vantaggioso rispetto alle difficili tensioni filo e anti-occidentali indotte dall’Occidentalismo moderno.

わが友マきアヴェリ - Il mio Amico Macchiavelli di Shiono Nanami

Naturalmente esistono molte altre voci sull’Italia, più o meno discordanti. Esse vanno dall’ammirazione viscerale, eloquente in titoli di libri quali Come diventare italiani o Perché gli italiani sono felici, fino a comprendere toni più razzisti, visibili nel Web, con forum intitolati “E’ ridicolo considerare gli italiani dei bianchi”. Tuttavia, a prescindere dalle posizioni più estreme, è da notare un crescente apprezzamento dell’Italia motivato adesso anche dalla sua modernità sui generis e dal suo conseguente stile di vita.

Questa prospettiva era già diffusa fra studiosi progressisti attratti da Antonio Gramsci, l’Eurocomunismo, Antonio Negri e l’Ulivo, ma in anni recenti è confluita nella più generale disaffezione nei confronti del modello di modernità made in Japan oMade in USA. La perdurante recessione economica iniziata negli anni Novanta e la crescente consapevolezza dei costi sociali indotti della modernizzazione postbellica, ha favorito l’interesse per aspetti molteplici della contemporaneità italiana: il decentramento amministrativo, l’Italia dei mille comuni, la differenziazione regionale, la cultura del bar, lo slow food, l’agriturismo, ecc. Il passato e la tradizione continuano a essere apprezzati, ma adesso anche il presente italiano non è più giudicato secondo il criterio di una presunta superiorità della modernità giapponese o statunitense. La diversa modernità italiana sta diventando il ricettacolo sia di proiezioni nostalgiche circa uno stile di vita più autentico e rilassato, sia di indagine per individuare una modernità alternativa e sostenibile.

[…]

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Piccola nota personale: il libro di Miyake prosegue con un’analisi dell’opera di Shioni Nanami, scrittrice si romanzi storici, le cui numerose opere sono quasi interamente ambientate in Italia. Nanami risiede da anni in Italia, e gode di grande fama in patria.

E’ stata insignita dell’onorificenza Grande Ufficiale dell’Ordine di Merito per la sua opera di divulgazione della cultura italiana in Giappone.

Ora, sorge spontanea una domanda: ma perché, la Ikeda che ha avuto un’onorificenza del tutto simile in Francia per il solo Versailles no Bara conosciuto come Lady Oscar è famosa ovunque, senz’altro in tutta Europa e Shioni Nanami non si è vista pubblicare nemmeno un libro in Italia?

Perché?!

Di sicuro il genere del romanzo storico è popolare anche qui da noi, quindi…

Occidentalismi. La narrativa storica giapponese
di Toshio Miyake
2010
Libreria Editrice Cafoscarina
18,00 euro

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Taishokan Monogatari

Fujiwara no Kamatari - il nostro eroe

Fujiwara no Kamatari (614-669), il capostipite della potente famiglia Fujiwara, fu onorato della nomina alla carica di Taishokan (anche Daishokukan, significa grande cappello intessuto così) dall’imperatore Tenchi (626 – 671). Kamatari fece una visita al tempio privato  di Kasuga e fece voto di costruire una Sala Dorata al tempio Kofukuji di Nara. Egli aveva molte figlie; la più grande, Komiou, era già  sposata all’imperatore Shoumu quando l’imperatore cinese Taizong(599 – 649) inviò un emissario imperiale in Giappone per richiedere la mano della seconda figlia, Kouhakunyo, famosa per la sua eccezionale bellezza.

Imperatore cinese Taizong

Kamatari accettò la proposta e mandò la figlia in Cina. Le preparò trecento navi, due delle quali con interni riccamente adornati e prore magnificenti; una con la forma di una testa di dragone, l’altra con la testa di una fenice. L’imperatore Taizong diede il benvenuto a Kohakunyo, insieme ai Ministri della Destra e della Sinistra, svariate donne della corte e un centinaio di ufficiali, la accolsero al porto cinese di Mingzhou e la scortarono al palazzo nella capitale, Chang’an.

Passarono gli anni e Kamatari soddisfò la sua promessa di costruire la Sala Dorata nel Kofukuji, nella quale risiede la statua dorata di Shakyamuni Buddha. L’imperatrice Kohakunyo desiderava mandare al padre un prezioso gioiello da sistemare tra i bianchi capellli sulla fronte del Buddha, così da illuminare l’universo che emana dal suo essere. Guidati dal generale Wanhu, i soldati cinesi partirono per il Giappone con il gioiello. Ma gli Otto Re Dragoni (Hachidai Ryūō) erano in agguato complottando il furto.  Innanzitutto mandarono dei guerrieri Asura ad attaccare i soldati, i quali riuscirono coraggiosamente a resistere a numerose battaglie navali. Determinati a rubare il gioiello i re drago mandarono la principessa drogone Koisainyou a sedurre Wanhu da una barca in legno. La sua barca approcciò quella del soldato in prossimità di Sanuki nello Shikoku. Il generale cinese fu rapito dalla bellezza della principessa Koisainyo che con abilità riuscì a fuggire con il gioiello, portandolpo con sè nelle profondità marine, nasconsto nel Palazzo del Drago.

Costernato Kamatari si recò da Fusazaki, a Sanuki, con la speranza di recuperare il dono della figlia. Sistematosi lì, egli sposò una pescatrice di perle, tenendo nascosta la propria identità. Kamatari visse con la donna in una capanna per tre anni e ebbe un figlio con lei. Quando, un giorno, la donna realizzò che suo marito era lo Taishokan si offrì volontariamente di immergersi fino al Palazzo del Drago in cerca del gioiello, il quale era strettamente sorvegliato.

Kamatari escogitò un piano: organizzò una sontuosa celebrazione su una magnifica nave, ingannando i Re Dragoni e facendo loro credere che si trattasse del paradiso buddista della Terra Pura e attirandoli lontano dal loro nascondiglio. Dopo averli allontanati la moglie di Kamatari, legata ad una corda di cinque colori (goshiki no ito*) si tuffò in mare per recuperare il gioiello. Sulla via del ritorno però la donna fu scoperta da una guardia dei draghi. Lottò coraggiosamente ma non avrebbe mai potuto sconfiggerlo. Tuttavia riuscì a non fallire nella sua missione, infatti, quando il suo corpo fu tirato fuori dall’acqua si scoprì che la donna si era aperta il petto con il coltello per nasconderci dentro il gioiello. Grazie al suo atto eroico il gioiello arrivò al tempio e venne posato nella fronte del Buddha Shakyamuni che illuminò il tempio con la sua saggezza.

La scena madre in un set di shōji scorrevoli dipinti in cui i particolari della donna e il drago si perdono nella magnificanza della scena:

Edo Period (1615 - 1868), 1640-80 Coppia di pannelli scorrevoli a sei ante

La prospettiva cambia drasticamente se si dipinge su rotoli destinato ad una lettura più personale, privata.

Rotolo dipinto del periodo Edo attribuito ad Asakura Juuken

vedere anche questo di Utagawa

*The five basic colors are
Green, Yellow, Red, White and Black.
They refer to the five Skandhas (goshiki 五識), the five Wisdoms (gochi 五知) or the five Buddhas (gobutsu 五佛) as an expression of the various Buddhist teachings. In Japan there was the custom during the Heian period to hang a scroll of Buddha Amida Nyorai in front of a dying person, whith a fivecolored string (goshiki no ito 五色の糸) coming from the hand of the Buddha extending to the hands of the person. If you hold it firmly during your last minutes, you were assured a strait passage to the Paradise of the West (Amida Joodo 阿弥陀浄土).

One of the objects in the hand of a Kannon with 1000 Hands (Senju Kannon 千手観音) is a Fivecolored Cloud (goshikiun 五色雲).
The water poured over the head of the statue of Shakyamuni as a child during the festival for his birthday on April 8 (kanbutsu-e潅仏会) is called Five Colored Water (goshikisui 五色水).

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Variazioni sul tema: cervi

About the Deer Scroll
Poem Scroll with Deer, also known as Deer Scroll, was created by two prominent Japanese artists, calligrapher Hon’ami Koetsu and painter Tawaraya Sōtatsu. It represents the fall season, combining the image of deer, a symbol for autumn in Japan, with the calligraphy of a section of poems that also refer to autumn.

the deer scroll sotatsu and koetsu - fragment

The deer scroll Sotatsu and Koetsu - fragment

About the Heike Nokyou sutras

The original Heike Nokyo sutras (National Treasure, preserved by Itsukushima Shrine) were donated to Itsukushima Shrine in 1164 by the warlord Taira no Kiyomori (1118-81). The frontispieces, endpapers and both sides of the scroll are abundantly decorated with pictorial script and illustrations in gold and silver. The sutra texts themselves are inscribed in a combination of gold, silver, verdigris and indigo, and even the scroll fittings and label exhibit great attention to detail. These decorated sutras are peerless in their luxury.

The embellishments on the Heike Nokyo sutra scrolls were featured in the Illustrated Catalogue of Itsukushima Shrine Treasures, published in 1842.

Particolare Heike noukyou XII secolo

About Tanaka Ikko

Born in Nara, Japan in 1930, Ikko Tanaka created a style of graphic design that fused modernism principles and aesthetics with the Japanese tradition. As a child he studied art and as a young adult he was involved in modern drama and theatrical study groups. In 1963 he formed Tanaka Design Studio where he worked for corporations such as Mazda, Hanae Mori, Issey Miyake and the International Garden and Greenery Exhibition.

He is most well-known for his poster design for the Nihon Buyo performance by the Asian Performing Arts Institute. The poster (pictured above) shows his fusion of modernist sensibilities and traditional Japanese culture through the simplified illustration of a geisha. He designed, among other things, posters, logos, packaging and annual reports. Among his wide ranging work, his designs for the symbols for the Expo ’85 in Tsukuba and the World City Expo Tokyo ’96 garnered much attention. He died in 2002 of a heart attack at the age of 71.

1986 Tanaka Ikko manifesto per una mostra "Japan" il manifesto ha vinto lo JAGDA (Japan Graphic Designers Association)

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Mostra in Triennale: Made in Japan, l’estetica del fare

A MIlano in correlazione con la XIX  edizione dello Sguardi Altrove Film Festival si svolgerrà la mostra Made in Japan: l’estetica del fare

Alla Triennale di Milano la mostra "Made in Japan"


Uno sguardo oltre il cinema per immergersi nel mondo del sol levante

Ancora pochi giorni per l’inaugurazione di Sguardi Altrove Film Festival diretto da Patrizia Rappazzo, giunto ormai alla sua XIX edizione. Oltre 70 titoli italiani e internazionali a cui si aggiunge la sezione espositiva Tasselli d’arte- Oltre il cinema, mostra collettiva dedicata, quest’anno, alla cultura artistica, estetica e sociale del Giappone, uno dei paesi protagonisti della scena internazionale odierna, rimbalzato alla cronaca anche per il recente disastro ambientale.
Made in Japan. L’estetica del fare apre e inaugura la manifestazione il 2 marzo 2012 presso La Triennale di Milano, e amplia l’omaggio dedicato alla cultura nipponica con la retrospettiva dedicata a Naomi Kawase.
Uno dei tasselli di Made in Japan. L’estetica del fare è costituito da Charity Box- l’esposizione di oltre 50 designer italiani e stranieri pensato come progetto di emergenza raccolta fondi per il Giappone. Il progetto è stato ideato dalla designer giapponese Kazuyo Komoda e prevede, per la serata di inaugurazione e nel corso della giornata dell’11 marzo (anniversario di Fukushima), la possibilità di offrire delle donazioni volontarie a scopo benefico.

Made in Japan. L’estetica del fare si pone come portavoce non solo delle antiche tradizioni nipponiche, quali la vestizione del Kimono e la cerimonia del tè, ma anche e soprattutto come portavoce degli artisti di diverse generazioni che, all’interno del panorama contemporaneo, uniscono il vecchio al nuovo, il sentimento di sconforto per il disastro -pensiamo alla difficile situazione ambientale in cui versa ancora oggi il Giappone- a quello della speranza.
In un’intricata rete di significati, vediamo quindi i linguaggi della fotografia, del cinema, del video, della danza e dell’arte uniti in un unico spazio e in un’unica direzione.
La panoramica sull’arte giapponese si completa con Itamy, la coreografia dell’artista Sisina Augusta che porterà in scena, nella serata di inaugurazione, il ballerino Lorenzo Pagani e la pittrice Takane Ezoe.
Tra i principali nomi presenti alla mostra ricordiamo inoltre: Yayoi Kusama, Nobuyoshi Araki, Kaori Shiina, Yoshie Nishikawa, Naoto Fukasawa, Serio Calatroni ed Eliana Lorena.

La mostra si protrarrà fino a domenica 1 aprile.
Un lungo e intenso mese dedicato all’arte e alla cultura in uno dei più prestigiosi spazi di Milano.
Inaugurazione 2 marzo h. 19:00.
Ingresso libero aperto al pubblico.

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Fotografia del giappone (1860-1910): i capolavori

Mostra e conferenze sul giappone

http://www.fotografiagiappone.it/index.html

Locandina della Mostra

 

ISTITUTO VENETO DI SCIENZE LETTERE ED ARTI

Conferenze sulla cultura giapponese

In occasione della mostra La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori, aperta fino all’1 aprile a Venezia presso l’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti,
l’Istituto Veneto organizza una serie di iniziative di studio sul Giappone.

PROGRAMMA

20 febbraio, ore 21
In collaborazione con Venezia Marketing Eventi
Donato Sartori e Paola Pizzi (Museo internazionale della maschera “Donato e Amleto Sartori” di Abano Terme).
Il viaggio da Ruzante al teatro giapponese attraverso le maschere

23 febbraio, ore 18
Marco Fagioli (storico dell’arte)
La fotografia della Scuola di Yokohama e la tradizione dell’Ukiyo-e: rapporti e influenza sul fenomeno del Giapponismo

1 marzo, ore 18
Bonaventura Ruperti (Università Ca’ Foscari di Venezia)
Il paesaggio e la natura nella letteratura e nella fotografia del Giappone, tra tradizione e modernità

8 marzo, ore 18
Adriana Boscaro (Università Ca’ Foscari di Venezia)
La rappresentazione della donna giapponese nell’arte: dal pennello al “freddo” occhio della macchina fotografica

15 marzo, ore 18
Massimo Raveri (Università Ca’ Foscari di Venezia)
La reinvenzione di una sacralità antica per la costruzione di un’identità moderna

22 marzo, ore 18
Francesco Paolo Campione (Museo delle Culture di Lugano)
Temi, peculiarità espressive della Scuola di Yokohama e il suo valore per l’arte e la cultura del Giappone e per la storia della fotografia
Segue un saluto di Paolo Gerini, Presidente della Fondazione Ada Ceschin Pilone, partner del Museo per la ricerca
sulla fotografia del Giappone.

L’ingresso alle conferenze è libero

Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti
Campo Santo Stefano – Venezia
t. +39 0412407711

La Mostra a Palazzo Franchetti
fino al 1 aprile 2012
La mostra La Fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori è curata da Francesco Paolo Campione, direttore del Museo delle Culture di Lugano, e da Marco Fagioli; è coprodotta dal Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei, cui si affianca, per l’appuntamento italiano, l’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti.
Per la prima volta in Italia è esposta un’affascinante selezione di oltre 150 stampe fotografiche originali, realizzate dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte agli albori della storia della fotografia, fra il 1860 e i primissimi anni del Novecento.
Si trattta dei capolavori di uno dei più importanti capitoli della storia della fotografia – nata in Europa ma subito sperimentata in Giappone – proprio nel periodo in cui, abbandonando un isolamento che durava da trecento anni, il Paese del Sol levante si apriva all’America e all’Europa, influenzando, con le immagini e le espressioni della sua creatività, il gusto dell’intero Occidente.
www.fotografiagiappone.it

Ufficio stampa
ISTITUTO VENETO
DI SCIENZE LETTERE ED ARTI

 

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Dossier Teatro Giapponese

Hystrio – trimestrale di teatro

numero di gennaio-marzo 2012

(15,00 euro)

http://www.hystrio.it/numero/home.php

È uscito il numero di gennaio-marzo 2012. Il teatro in Giappone oggi è l’argomento del nuovo dossier, consueto cardine della rivista.

Il teatro in Giappone oggi
In continua dialettica fra tradizione e innovazione, apertura all’Occidente e conservazione, il teatro nipponico del terzo millennio mantiene salda la sua identità nazionale. Generi storici, come , kabuki, bunraku e kyōgen, sono diventati oggetto di sperimentazioni che creano ponti tra passato, presente e futuro. E poi c’è la scena contemporanea, che parte dal butō per arrivare ad artisti ormai internazionali come Suzuki, Teshigawara e Hirata, e a un teatro di ricerca capace di contaminarsi con tecnologia e multimedialità. (a cura di Giovanni Azzaroni e Matteo Casari, con interventi di Giorgio Amitrano, Gunji Yasunori, Mao Wada, Bonaventura Ruperti, Takada Kazufumi, Maria Pia D’Orazi, Elena Cervellati, Cinzia Coden, Gala Follaco, Camilla Gennari Feslikenian, Enrico Pitozzi, Katja Centonze, Cinzia Toscano, Matilde Mastrangelo, Doi Hideyuki, Giuseppe Liotta)

DOSSIER:

Le strade arcane del teatro giapponese quando il rito si fonde con il racconto
di Giovanni Amitrano

Identità e cultura al primo posto: la politica del nuovo Giappone
di Gunji Yasunori

Kabuki e dintorni: istruzioni per l’uso
di Mao Wada
Il teatro nō­, una tradizione contemporanea
di Matteo Casari Il kabuki, un ossimoro strutturale tra passato, presente e futuro

di Giovanni Azzaroni
Marionette di legno per rappresentare l’animo umano: il bunraku oggi
di Bonaventura Ruperti
Il kyōgen oggi: i maestri del rinnovamento
di Takada Kazufumi Il fantasma del butō­

dal mito delle origini alle visioni del futuro

di Maria Pia D’Orazi
Il butō: declinazioni europee
di Elena Cervellati  

Shinpa e shingeki, le nuove  forme teatrali
di Cinzia Coden

Gli engekijin di Suzuki Tadashi: diario di un’esperienza
di Gala Follaco
Tamburi giapponesi: taiko, il battito del cuore che attraversa tutto il mondo
di Camilla Gennari Feslikenian
Una sottile geometria di luce la composizione coreografica di Teshigawara
di Enrico Pitozzi
Scena contemporanea giapponese, il corpo tecnologico e la scena urbana
di Katja Centonze

Dal teatro colloquiale agli androidi gentili la scena sperimentale di Hirata Oriza
di Cinzia Toscano

La voce come teatro: l’arte della narrazione giapponese
di Matilde Mastrangelo

Pasolini in Giappone, miti antichi per parabole contemporanee
di Doi Hideyuki

Mishima e le cinque volte di Madame de Sade

di Giuseppe Liotta

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Rosanjin Kitaoji ー  魯山人 北大路

“It takes more than a few words to explain just exactly what this person did. He displayed great talents in numerous fields, including pottery, calligraphy, seal engraving, cookery, painting, lacquer ware and gardening, among others. Some people have declared him to be “the only genius of modern times”. Indeed, his abilities far exceeded those of the average person, because everything he did was of the highest quality.

However, there were also people in the shadows, who said that he was “selfish”, “boastful”, “lustful” and so on. There are various opinions about him, but it is dangerous to judge any person by only one aspect. As for me, I am a chef, and as such I regard him in high esteem, because Rosanjin was the person who revolutionized Japanese cuisine.”

http://www.tsuji.ac.jp/hp/jpn/jp_e/kanazawa/4.htm

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Large bowl with coloured design

Stories of this legendary artist abound, but one particularly revealing of his intuitive genius dates from when he was only three. Rosanjin himself, in 1951, told it to the art critic Kozo Yoshida.

“I was taken one day up a hilly path leading to Mount Jinguji behind the Kamigamo Shrine in Kyoto. The area along and around the path was a riot of wild azalea blossoms of burning red. The beauty of the scene with the sun shining brilliantly on it was simply beyond words. Even the air appeared to glisten like a crystal. I was profoundly moved by this fascinating display — the very first one for me — of the beauty of Mother Nature, and a sort of determination rose in me to devote all my life to the pursuit and propagation of beauty.”

Indeed he followed an artistic path all his 76 years, and it can be argued that no other Japanese artist created more works in so many different genres and has had more retrospective exhibitions than Rosanjin (his name means “foolish mountain man”). He worked in seal carving, woodwork, lacquer, calligraphy, painting and, of course, ceramics.

http://www.e-yakimono.net/html/rosanjin-kitaoji-jt.html

Rosanjin was a man of the piercing inner eye.

There is no doubt that Rosanjin, a creative genius not only in ceramic art but also in calligraphy, seal engraving, lacquer-craft and painting, was also a superb man of the hand. To me, however, the artist appears to have been far more a man of the mind’s eye than a man of the hand. Rosanjin’s primary objective in his creative career was to test the furthest limits of the ability of the human eyes to appreciate beauty. Rosanjin could never forgive people who tended to blur those eyes. The artist’s scathing attack on the folk art movement headed by Soetsu Yanagi apparently had its source in this fact. Rosanjin had no support in his anti-folk art campaign and he is now branded a loser. I for one believe, however, that Rosanjin’s cause was a rightful one.

The most important fact about Rosanjin’s inner eye was that it waxed sharpest when it was turned on himself. He was keenly aware that, even if he was able to deceive others’ eyes, he would never be able to hoodwink his own inner eye. His frequent acts of arrogance were, it seems to me, nothing but forlorn expressions of frustration for his inability to ever tell sweet lies to himself. Isn’t a man of the inner eye another name for a die-hard disciple of beauty? By removing all the vanities from his life and recognizing no worldly authorities, Rosanjin offered his whole-hearted prayers to the altar of beauty.

“I hope to make the world more beautiful, if by a tiny iota, ” Rosanjin once stated. “My work is only a modest outpouring of this desire of mine.”

Rosanjin died on December 21, 1959 at the age of 76.

http://www.kahitsukan.or.jp/rosg_e.html

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Ikebana&Shodo

locandina

 

EVENTO:

Mostra Shodo e Ikebana con dimostrazione e workshop

21 e 22 Gennaio 2012

Associazione Culturale Arte Giappone

vicolo Ciovasso 1,

20121 Milano (MI)

 

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